Provate una cosa, prima di continuare a leggere.

Chiudete gli occhi e immaginate una mela. Guardatela bene: che colore ha, da che parte arriva la luce, quanto è nitida.

Quasi tutti, a questo punto, hanno qualcosa. Un'immagine sfocata o vivissima, ferma o che ruota, ma qualcosa. Per una percentuale di persone che le stime collocano fra il 2 e il 5%, invece, non compare assolutamente nulla. Sanno perfettamente cos'è una mela, sanno che è rossa, potrebbero disegnarvela. Ma non la vedono. Non c'è nessuno schermo interno su cui possa apparire.

Questa condizione si chiama afantasia. Da qualche anno se ne parla molto, spesso male, e vale la pena raccontarla per bene, perché contiene una delle domande metodologiche più difficili che esistano: come si fa a dimostrare che l'esperienza interiore di un'altra persona è diversa dalla propria, se l'unico accesso che abbiamo a quell'esperienza è la sua parola?

In questa newsletter useremo soltanto studi pubblicati su riviste con revisione dei pari, più i comunicati ufficiali delle università che li hanno prodotti. E come vedrete, i due fenomeni del titolo non stanno affatto sullo stesso gradino.

Stessa richiesta, stesso impegno, stessa conoscenza della mela. In una delle due teste, semplicemente, non compare nessuno schermo su cui possa apparire.

Da dove nasce la parola

La storia comincia con un paziente, e non nel modo che vi aspettereste.

Nel 2010 il neurologo Adam Zeman, dell'Università di Exeter, pubblica su Neuropsychologia il caso di un uomo indicato con le iniziali MX, che dopo una procedura cardiaca aveva perso di colpo la capacità di visualizzare. Il titolo dell'articolo è già una descrizione: Perdita della fenomenologia dell'immagine con prestazioni visuo-spaziali intatte: un caso di «immaginazione cieca». MX cioè continuava a superare i test che richiedono di manipolare mentalmente forme e spazi. Semplicemente, mentre li superava, non vedeva niente.

Il caso finisce su una rivista di divulgazione. E qui succede la cosa interessante: ventuno persone scrivono a Zeman per dirgli che loro sono così da sempre. Non l'hanno perso: non l'hanno mai avuto.

Nel 2015 Zeman e colleghi pubblicano su Cortex un articolo di appena tre pagine intitolato Vite senza immagini: afantasia congenita, e coniano due parole. Afantasia per chi non ha immagini mentali, e iperfantasia per l'estremo opposto, cioè chi le ha così vivide da confonderle quasi con la percezione.

Il problema che rende tutto difficile

A questo punto un lettore attento dovrebbe fermarsi e fare l'obiezione giusta, la stessa che si fecero i ricercatori.

E se stessero solo usando parole diverse per la stessa cosa?

L'esperienza interiore è privata. Nessuno di noi ha mai visto l'immagine mentale di un altro. Quando io dico "vedo la mela abbastanza nitida" e voi dite "non vedo niente", non c'è modo di sapere se stiamo descrivendo esperienze diverse o se stiamo applicando soglie diverse alla stessa esperienza. Magari chi si dichiara afantasico ha immagini deboli come le mie, ma essendo severo con se stesso le giudica inesistenti. Magari io ho immagini deboli come le sue, ma sono generoso e le chiamo immagini.

Lo strumento standard per misurare tutto questo, il questionario sulla vividezza delle immagini mentali, è per forza di cose un'autovalutazione. E un'autovalutazione non può risolvere il dubbio, perché il dubbio riguarda proprio l'attendibilità dell'autovalutazione.

Serviva qualcosa che non passasse dalle parole. Serviva, in pratica, misurare il corpo invece di intervistare la mente.

Ne sono arrivate due, e sono bellissime.

La prima prova: il sudore

Nel 2021 il gruppo di Joel Pearson alla UNSW di Sydney pubblica su Proceedings of the Royal Society B un esperimento nato da un'osservazione quasi casuale: sui forum di discussione dedicati all'afantasia, il team aveva notato che moltissimi partecipanti dicevano di non godersi la narrativa. I romanzi non li prendevano.

Quarantasei persone, ventidue afantasiche e ventiquattro con immagini mentali normali, vengono portate in una stanza buia. Vengono applicati degli elettrodi sulla pelle, perché la conduttanza cutanea, cioè quanto la pelle conduce elettricità, aumenta quando sudiamo, e sudiamo quando abbiamo paura. È una misura che nessuno controlla volontariamente.

I ricercatori escono, spengono la luce, e sullo schermo davanti al partecipante compare un testo. All'inizio è innocuo: «sei in spiaggia, in acqua», oppure «sei su un aereo, vicino al finestrino». Poi la tensione sale. Un'ombra scura fra le onde in lontananza, e la gente sulla spiaggia che indica. Le luci della cabina che si abbassano mentre l'aereo comincia a tremare. In altre versioni ci si trova su una scogliera, o chiusi in una stanza piena di ragni che cominciano a salire addosso.

Nel gruppo con immagini mentali la conduttanza cutanea sale, e continua a salire man mano che la storia prosegue. Nel gruppo afantasico, per usare le parole di Pearson, è praticamente una linea piatta.

Ma il risultato decisivo non è questo. È il controllo.

Gli sperimentatori ripetono tutto sostituendo i testi con immagini spaventose: la foto di un cadavere, un serpente con le zanne scoperte. E questa volta le due popolazioni reagiscono allo stesso modo.

A sinistra, la paura che arriva leggendo: la conduttanza cutanea sale in un gruppo e resta piatta nell'altro. A destra il controllo decisivo, con le immagini spaventose al posto del testo: lì le due colonne sono identiche.

Questo è il punto che chiude il ragionamento. Se gli afantasici fossero semplicemente persone con emozioni più smorzate, sarebbero risultati piatti anche davanti alle fotografie. Invece no: la paura c'è, funziona, arriva. Manca soltanto quando deve passare attraverso un'immagine costruita nella testa. Non è un'emozione ridotta, è un canale che non c'è.

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Le immagini mentali sono un amplificatore emotivo del pensiero. Possiamo pensare ogni genere di cosa, ma senza immagini quei pensieri non avranno mai quel «boom» emotivo.

Joel Pearson

La seconda prova: la pupilla

Nel 2022 lo stesso gruppo, con prima autrice Lachlan Kay, pubblica su eLife un lavoro ancora più difficile da aggirare.

La pupilla si restringe quando arriva luce e si allarga quando cala: è un riflesso, e non lo comandiamo. Ma si sapeva già che accade qualcosa di simile, in scala ridotta, anche quando ci si limita a immaginare un oggetto luminoso o scuro, senza che la luce che arriva alla retina cambi di una virgola.

Quarantadue partecipanti, con occhiali che tracciano movimenti oculari e dimensione della pupilla. Nelle persone con immagini mentali il riflesso compare anche in immaginazione, e la sua ampiezza segue la vividezza che riferiscono prova per prova. Nelle persone afantasiche non compare nessuna risposta pupillare all'immaginazione.

E anche qui ci sono due controlli che rendono il risultato solido. Primo: gli afantasici mostrano una risposta pupillare del tutto normale alla luce vera, quindi il riflesso funziona benissimo. Secondo: la loro pupilla si dilata regolarmente all'aumentare del carico cognitivo, il che dimostra che stanno effettivamente svolgendo il compito e non si stanno distraendo.

Entrambe le pupille reagiscono normalmente alla luce vera. Ma quando la luce esiste solo nell'immaginazione, una si restringe e l'altra no. È una risposta che nessuno dei due partecipanti può decidere di dare o non dare.

Stanno lavorando. Il riflesso è intatto. Semplicemente non c'è nessuna immagine luminosa a cui l'occhio possa reagire.

Come dice Rebecca Keogh, coautrice, questo tipo di evidenza sostiene l'afantasia come fenomeno unico e verificabile, e potrebbe diventare uno strumento oggettivo per confermarla.

E la voce interiore?

Passiamo all'altra metà del titolo, ed è qui che la lettera cambia di tono.

Molte persone dichiarano di non avere un monologo interiore. Nessuna vocina che commenta, nessuna frase pronunciata dentro la testa mentre pensano o leggono. Sembra il gemello perfetto dell'afantasia, e infatti nel 2024 Johanne Nedergaard e Gary Lupyan pubblicano su Psychological Science uno studio che propone per questa condizione il nome anendofasia, costruito apposta per fare il paio con afantasia.

Confrontano quarantasei adulti che riferiscono pochissima voce interiore con quarantasette che ne riferiscono molta, in quattro esperimenti diversi. I risultati sono selettivi, ed è questo a renderli credibili.

Memoria di lavoro verbale → Peggiore nel gruppo senza voce interiore. È il tipo di memoria che si aiuta ripetendosi le cose in testa, e chi non se le ripete in parole rende meno.

Giudizio di rima → Più lento e meno accurato. Decidere se due parole scritte facciano rima è un compito che passa dal suono interno, e senza quel suono costa di più.

Cambio di compito → Nessuna differenza, contro le aspettative teoriche. Si pensava che ci narrassimo la regola da applicare prima di applicarla, ma a quanto pare o quella narrazione conta meno del previsto, oppure chi non ce l'ha ottiene lo stesso risultato per un'altra strada.

Giudizi percettivi categoriali → Nessuna differenza. Distinguere colori e categorie graduate non richiede parole interne.

Il quadro è coerente: dove il compito poggia davvero sul suono delle parole nella testa, la sua assenza si paga. Dove il compito potrebbe essere fatto a parole ma non lo richiede, non si paga niente.

Ma qui la storia si complica, e va detto

Nel 2025, sempre su Psychological Science, Andreas Lind dell'Università di Lund pubblica un commento intitolato, senza giri di parole, Esistono davvero persone senza voce interiore?

La sua obiezione è seria e non riguarda i numeri, che non contesta. Riguarda la conclusione. Lind sostiene che i dati mostrano differenze di grado fra chi riferisce molta e chi riferisce poca voce interiore, ma non dimostrano affatto che esistano persone che ne siano completamente prive. E aggiunge l'argomento più tagliente: con l'autovalutazione è impossibile, in linea di principio, dimostrare l'assenza di qualcosa di interiore.

La cosa che ci ha colpiti di più è la risposta degli autori, perché è di una onestà che non si vede spesso. Nedergaard e Lupyan riconoscono che i loro dati sono compatibili con l'idea di un continuum, e osservano che persone ragionevoli possono legittimamente non essere d'accordo su quanto sotto la media di gruppo bisogna stare prima di poter dire che qualcuno «non ha» un'esperienza che per moltissimi è costante.

Ed ecco la differenza che conta, secondo la nostra piramide delle evidenze.

L'afantasia ha due ancoraggi che non passano dalle parole: la pelle e la pupilla. Sono misure fisiologiche involontarie, con i controlli giusti al posto giusto. L'anendofasia, oggi, quei due ancoraggi non ce li ha. Ha differenze di prestazione in compiti di laboratorio, che sono un dato reale e non banale, ma il gruppo di partenza resta definito da quello che le persone dichiarano di sé.

Non stiamo dicendo che l'anendofasia non esista. Stiamo dicendo che è a un gradino più in basso, e che chiunque ve la racconti con la stessa sicurezza dell'afantasia sta saltando un passaggio.

Cosa non dicono questi studi

Non dicono che l'afantasia sia un difetto. Pearson la definisce esplicitamente diversità neurale. Gli afantasici superano normalmente i compiti visuo-spaziali, come già mostrava il caso MX del 2010, e non risultano compromessi nella vita quotidiana. La letteratura registra differenze, non deficit.

Non dicono che tutti gli afantasici siano uguali. Gli autori avvertono che i risultati sono medie. Alcuni non hanno immagini solo visive, altri sono privi anche di suoni, sapori o sensazioni immaginate. Alcuni sognano per immagini, altri no. Chi non si riconosce nel quadro medio non è per questo fuori dal fenomeno.

Non dicono che chi ha l'afantasia non provi emozioni leggendo. Lo studio del 2021 misurava una sola emozione, la paura, con una sola misura, il sudore. Le altre emozioni potrebbero comportarsi diversamente, e gli autori lo scrivono.

E non dicono quanto sia diffusa con precisione. Il 2-5% è una stima, non un censimento.

Perché sotto tutto questo c'è un'assunzione che facciamo continuamente e non verifichiamo quasi mai: che dentro gli altri ci sia più o meno quello che c'è dentro di noi. Usiamo le stesse parole, quindi diamo per scontato che descrivano le stesse cose. È probabilmente la convinzione meno esaminata che abbiamo, e la usiamo ogni giorno per parlare con chiunque.

C'è un'ultima cosa che ci sembra valga la pena dire. Quasi tutte le persone che hanno scoperto di avere l'afantasia lo hanno scoperto da adulte, per caso, in una conversazione. Avevano passato decenni convinte che «vedere con gli occhi della mente» fosse una metafora, perché nessuno aveva mai pensato di chiedere.

Se leggendo l'inizio di questa lettera non avete visto nessuna mela, adesso sapete che ha un nome, che non è un problema, e che qualcuno se n'è accorto misurando il vostro sudore e la vostra pupilla invece di limitarsi a credervi sulla parola.

A presto,
Il Team di Quantyoum Letters 😊

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