L’analisi di Robert Lawrence Kuhn: la più ampia mappatura sistematica mai realizzata delle teorie sulla Coscienza

Per molto tempo la domanda è rimasta sospesa tra laboratori, dipartimenti di filosofia e ricerche sulla coscienza: come è possibile che, nonostante decenni di neuroscienze, fMRI sempre più precise ed esperimenti rigorosi, il numero di teorie sulla coscienza non diminuisca ma aumenti? In quasi ogni altro campo del sapere, più conosciamo, più le ipotesi si restringono. Qui accade l'opposto: più studiamo la coscienza, più si moltiplicano i modi possibili di spiegarla.

Esiste un lavoro che non parte dal tentativo di proporre una nuova teoria, ma dall'idea opposta: prima di aggiungerne un'altra, proviamo a mappare con precisione tutte quelle che già esistono. È quanto ha fatto Robert Lawrence Kuhn, intellettuale americano con un dottorato in neurofisiologia, creatore e conduttore del programma PBS Closer to Truth, membro del consiglio scientifico del Foundational Questions Institute. Nell'agosto 2024 ha pubblicato su Progress in Biophysics and Molecular Biology un articolo di circa 175.000 parole (l'estensione di un libro intero) intitolato A Landscape of Consciousness: Toward a Taxonomy of Explanations and Implications. È, semplicemente, la più ampia mappatura sistematica mai realizzata delle teorie sulla coscienza.

Robert Lawrence Kuhn

Kuhn non propone una teoria della coscienza nel senso tradizionale. Il suo approccio è meta-teorico, quasi cartografico: sostiene che la domanda giusta, al punto in cui siamo, non sia "qual è la teoria corretta?" ma "quante e quali sono le teorie sul tavolo, come si relazionano fra loro, e cosa ne consegue per le grandi domande dell'esistenza?"

Per spiegarlo, ricorre a un'immagine che dà il titolo all'articolo: il paesaggio. Non una mappa con un'unica strada giusta, ma un territorio vasto, abitato da molte tribù intellettuali, ognuna convinta di vedere meglio degli altri. Kuhn ha intervistato in oltre vent'anni più di duecento fra i principali scienziati e filosofi che lavorano sulla coscienza (da Chalmers a Dennett, da Tononi a Koch, da Penrose a Kastrup, da Seth ad Hammeroff, da Goff a LeDoux), e ha deciso di raccogliere tutto, senza prendere posizione. Il mio scopo deve essere umile: raccogliere e categorizzare, non giudicare e arbitrare. Cercare prospettive, non risposte.

Il risultato è una tassonomia organizzata lungo uno spettro che va dal più fisicalista ("la coscienza è interamente un prodotto del cervello") al meno fisicalista ("la coscienza è fondamentale, primaria, o persino l'unica realtà"). In questo spettro, oltre duecento teorie (poi diventate più di 350 in una versione successiva pubblicata su New Scientist nel 2025) trovano una collocazione, ciascuna descritta dalle parole dei suoi sostenitori, senza che Kuhn pretenda di adjudicare.

In questo quadro, l'essere umano che cerca di capire la propria coscienza non sta scegliendo tra "scienza" e "non scienza", ma fra famiglie di teorie tutte argomentate, tutte con i loro filosofi e scienziati, tutte con i loro punti di forza e di debolezza. Kuhn organizza il paesaggio in tre grandi orientamenti, ciascuno dei quali corrisponde a una posizione di fondo sul rapporto fra mente e materia:

Polo fisicalista → Le teorie secondo cui la coscienza è interamente prodotta dal cervello, dai suoi processi biologici, computazionali o informazionali. Comprende le teorie neurobiologiche (Crick, Koch, Edelman), quelle computazionali e informazionali (la GNWT di Dehaene, le Higher-Order Theories di Rosenthal), quelle dei campi elettromagnetici (McFadden), quelle omeostatiche e affettive (Damasio, Solms), quelle incarnate (embodied) ed enattive (Varela, Thompson), quelle predittive (Friston, Seth), quelle eliminative o illusioniste (Dennett, Frankish). È il polo dove la coscienza è, in fondo, una proprietà del cervello.

Zona di transizione → Le teorie che, pur restando ancorate alla scienza, sospettano che il fisicalismo classico non basti. Comprende il fisicalismo non-riduttivo, le teorie quantistiche (Penrose-Hameroff, Stapp), l'Integrated Information Theory di Tononi (che molti collocano già al di là del fisicalismo standard, perché identifica la coscienza con una proprietà fondamentale dell'integrazione causale). È la regione in cui la fisica e la metafisica iniziano a confondersi.

Polo non fisicalista → Le teorie secondo cui la coscienza non è prodotta dalla materia, ma è qualcosa di più fondamentale o di radicalmente diverso. Comprende i panpsichismi (Goff, Strawson), i monismi neutri, i dualismi (Chalmers nelle sue versioni più recenti, Swinburne), gli idealismi (Kastrup, Hoffman), le teorie degli stati anomali e alterati (esperienze di pre-morte, fenomeni psichedelici), e infine le Challenge Theories, che mettono in discussione persino la possibilità stessa di una teoria della coscienza. È la regione in cui la coscienza diventa il punto di partenza, non il punto di arrivo.

Il paper completo con la rappresentazione concettuale del "landscape" di Kuhn è disponibile gratuitamente in versione pre-print su PhilArchive; Kuhn lo discute in profondità anche sul sito closertotruth.com e nei video dell'omonima serie PBS)

A questa mappatura orizzontale, Kuhn affianca un'analisi verticale: ogni teoria viene valutata non solo per quello che dice della coscienza, ma per le sue implicazioni su quattro grandi domande, scelte perché toccano tutte i nodi profondi dell'esistenza umana. Le implicazioni delle spiegazioni o teorie della coscienza sono valutate rispetto a quattro domande: significato, scopo e valore (se ce ne sono); coscienza dell'intelligenza artificiale; immortalità virtuale; sopravvivenza dopo la morte. La scelta non è casuale: Kuhn vuole mostrare che la teoria della coscienza che adottiamo, anche implicitamente, ridisegna l'intera nostra visione del mondo. Se siete fisicalisti rigorosi, l'idea di "caricare" la vostra coscienza su un computer è in linea di principio sensata, mentre la sopravvivenza dopo la morte è esclusa; se siete idealisti alla Kastrup, è vero il contrario: la morte è il termine di un processo dissociativo, non la fine della coscienza, ma il caricamento digitale potrebbe essere logicamente confuso.

I tre poli del paesaggio (fisicalista, transizione, non fisicalista) non sono quindi tre dottrine in competizione, ma tre orientamenti generali, ciascuno dei quali contiene al proprio interno decine di teorie distinte e spesso incompatibili fra loro. Il materialismo del XX secolo non è una posizione unica: include Dennett (che dissolve la coscienza) e Damasio (che la radica nel corpo) e Tononi (che la identifica con l'informazione integrata), e questi tre, fra loro, sono in disaccordo profondo. Lo stesso vale per l'idealismo, per il panpsichismo, per il dualismo. La mappa di Kuhn rende visibile proprio questa ricchezza interna, mostrando che il dibattito sulla coscienza non è "scienza contro religione" né "materialismo contro spiritualismo", ma una galassia di posizioni sottili, ciascuna delle quali andrebbe valutata sui suoi meriti specifici.

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Ho discusso di coscienza con oltre duecento scienziati e filosofi. Ho seguito gli studi sulla coscienza per tutta la vita. La sorpresa, dopo tutto questo, è che il campo non si restringe: si espande. Ogni nuova scoperta apre più teorie di quante ne chiuda.

Robert Lawrence Kuhn

Molte di queste idee sono nate dal lavoro ventennale di Closer to Truth, la serie pubblica di Kuhn dedicata alle grandi domande della scienza e della filosofia. La tassonomia è stata realizzata in collaborazione con il neurobiologo e fisico teorico spagnolo Àlex Gómez-Marín, e nel 2026 Kuhn ha pubblicato un'estensione del framework su Current Neurology and Neuroscience Reports, esplorandone le implicazioni cliniche per i disturbi della coscienza (pazienti in stato vegetativo, minimamente coscienti, anestesia).

La sua posizione è ammirevole, ma non è priva di critici. La prima obiezione, abbastanza ovvia, è quella del "falso equilibrio": mettere sullo stesso piano teorie con migliaia di articoli peer-reviewed (come la GNWT o l'IIT) e teorie speculative, magari sostenute da pochi entusiasti, rischia di suggerire che siano egualmente plausibili. Kuhn risponde che il suo obiettivo è descrittivo, non valutativo, ma i critici insistono che descrivere senza valutare, in un campo dove la qualità del lavoro è così diseguale, è già una scelta epistemologica forte. Una seconda obiezione, di tipo metodologico, riguarda la selezione delle voci: chiedere ai sostenitori di una teoria di auto-descriverla privilegia chi ha buone capacità comunicative e una rete pubblica visibile, a scapito di chi lavora in silenzio. Una terza, più filosofica, sostiene che la moltiplicazione delle teorie sulla coscienza non sia un segno di vitalità del campo, ma di immaturità: significa che non abbiamo ancora trovato i vincoli empirici giusti per restringere lo spazio delle ipotesi.

Altri, al contrario, apprezzano proprio l'umiltà del gesto: in un panorama in cui ogni teorico difende la propria proposta come "quella corretta", uno sforzo sistematico di rappresentare l'intero campo, prendendo sul serio anche le posizioni con cui non si è d'accordo, costituisce un'operazione intellettuale rara. La tassonomia non è una resa, è una mappa; e le mappe servono proprio quando il territorio è troppo grande perché un singolo viaggiatore lo conosca tutto. Il fatto che Kuhn dichiari di aver "abitato" mentalmente ogni teoria per qualche giorno prima di scriverla, cercando di vederla come la vede chi ci crede, è un esercizio di empatia teorica che il dibattito accademico raramente si concede.

E forse, anche se l'idea può sembrare frustrante per chi sperava in una risposta, c'è qualcosa di vertiginoso e onesto nel lavoro di Kuhn: in nessun altro campo della scienza esistono più di trecento teorie attive contemporaneamente sullo stesso fenomeno. In nessun altro campo i premi Nobel della fisica (Penrose), i neuroscienziati di Yale (LeDoux), i filosofi analitici di Princeton (Chalmers), gli informatici (Kastrup), i biologi computazionali (Tononi) e gli psicologi sperimentali (Seth) sono ancora in disaccordo non sui dettagli, ma sulle premesse stesse di cosa stiano cercando. Il paesaggio della coscienza, sembra suggerire Kuhn, non è una mappa quasi finita a cui mancano poche pennellate. È un territorio che, ogni volta che lo attraversiamo, si rivela più grande di quanto pensassimo.

E forse, smettere di pretendere una sola teoria vincitrice, e iniziare a chiedersi perché la coscienza resiste così ostinatamente al consenso, è la prima domanda davvero seria che possiamo farci su di essa.

A presto,
Il Team di Quantyoum Letters 😊

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