Teoria sulla Coscienza di Axel Cleeremans

Per molto tempo la domanda è rimasta sospesa tra i laboratori di neuroscienze e le aule di filosofia: da dove arriva l'esperienza cosciente? Quasi tutte le teorie, per quanto diverse, condividono un presupposto silenzioso: che la coscienza sia una proprietà, qualcosa che certi stati cerebrali hanno e altri no, come una lampadina che è accesa o spenta. Ma se quel presupposto fosse sbagliato? E se la coscienza non fosse un interruttore, ma un'abilità: qualcosa che il cervello, lentamente, impara a costruire su se stesso?

Esiste una prospettiva che non parte dalla metafisica né dalla ricerca di una "sede" della coscienza, ma da uno dei fatti più solidi e affascinanti delle neuroscienze degli ultimi cinquant'anni: la neuroplasticità, la capacità del cervello di riorganizzarsi continuamente in base all'esperienza. È l'idea sviluppata dallo psicologo e neuroscienziato belga Axel Cleeremans, direttore del Consciousness, Cognition and Computation Group all'Université Libre de Bruxelles, in una teoria che ha un nome appropriatamente ambizioso: la Radical Plasticity Thesis, la "tesi della plasticità radicale".

Axel Cleeremans

Cleeremans non propone una teoria della coscienza nel senso classico di una struttura fissa o di un luogo nel cervello. Il suo approccio è dichiaratamente evolutivo e dinamico: sostiene che la domanda giusta non sia "quali stati neurali sono coscienti?" ma come fa il cervello a imparare a essere cosciente, partendo dal presupposto che l'attività neurale sia di per sé inconscia.

Per spiegarlo, ricorre a un rovesciamento spiazzante. Immaginate di imparare a guidare. All'inizio ogni gesto richiede attenzione cosciente: la frizione, lo specchietto, la marcia. Dopo mesi, tutto diventa automatico, inconscio, fluido. Di solito raccontiamo questa storia come il passaggio dal cosciente all'automatico. Cleeremans la legge al contrario: il cervello fa costantemente l'operazione inversa, cioè impara a rappresentare a se stesso ciò che sta facendo, e questa auto-rappresentazione appresa è la coscienza. Il cervello, in modo continuo e inconscio, impara a ridescrivere a se stesso la propria attività, sviluppando sistemi di meta-rappresentazioni che caratterizzano e qualificano gli stati di primo livello.

Da qui il nome della teoria: la coscienza non è data una volta per tutte, ma è il prodotto sempre in corso della plasticità. Il cervello non "ha" esperienze: impara, attraverso l'esperienza ripetuta e la riorganizzazione delle sue connessioni, a sapere di averle. La mente cosciente, in questa visione, è la teoria (implicita, non concettuale) che il cervello costruisce su se stesso.

In questo quadro, l'essere umano non nasce cosciente come si nasce con un certo colore degli occhi, ma lo diventa, e continua a diventarlo per tutta la vita, ogni volta che apprende qualcosa di nuovo su di sé e sul mondo. Cleeremans individua tre processi appresi che, insieme, fanno emergere l'esperienza, ciascuno corrispondente a un diverso "imparare" del cervello:

La plasticità come motore → Alla base c'è il fatto neuroscientifico fondamentale: il cervello si riscrive di continuo. La celebre regola di Hebb (i neuroni che si attivano insieme rafforzano le loro connessioni) descrive un sistema che non è mai fermo, ma costantemente rimodellato dall'esperienza. Questa riorganizzazione perpetua non è uno sfondo passivo: è l'energia stessa da cui, secondo Cleeremans, la coscienza viene appresa.

La ridescrizione (meta-rappresentazione) → Uno stato cerebrale di primo livello (vedere il rosso, sentire un suono) non è ancora cosciente. Lo diventa quando il cervello impara a costruire una rappresentazione di quella rappresentazione: un modello di ciò che sta accadendo dentro di sé. È il momento in cui il cervello non si limita a elaborare, ma "sa" di stare elaborando. La coscienza dipende criticamente dalla capacità del sistema di apprendere gli effetti dell'attività di una regione cerebrale sulle altre.

Il valore emotivo → Le ridescrizioni, da sole, non basterebbero. Ciò che le trasforma in esperienza vissuta è il peso emotivo che il cervello impara ad associarvi: alcuni stati contano più di altri, attirano l'attenzione, diventano importanti per l'organismo. Le esperienze si verificano solo in soggetti che hanno imparato a sapere di possedere certi stati e a dare più valore ad alcuni rispetto ad altri.

I lavori principali di Cleeremans sono l'articolo "The Radical Plasticity Thesis" del 2011 su Frontiers in Psychology e "Learning to be Conscious" del 2020 su Trends in Cognitive Sciences, accessibili dal suo sito axc.ulb.be)

La coscienza, in questa visione, non è un fenomeno fondamentale dell'universo né un effetto improvviso che si accende a una certa soglia: è il risultato graduale di un cervello che, plasmandosi, impara a osservare se stesso. Ed è qui che la teoria si salda con il resto delle neuroscienze applicate alla coscienza, perché la prova che il cervello si riscrive di continuo è ormai schiacciante. Gli studi sulla rimappatura corticale di Michael Merzenich hanno mostrato che le aree sensoriali ridisegnano i propri confini in base all'uso. Le ricerche di Vilayanur Ramachandran sugli arti fantasma hanno rivelato come la mappa corporea nel cervello possa riorganizzarsi dopo un'amputazione, al punto che un semplice gioco di specchi può alleviare un dolore "localizzato" in una mano che non esiste più. Lo studio di Eleanor Maguire sui tassisti di Londra ha documentato un ippocampo posteriore più sviluppato in chi memorizza per anni la mappa della città. E le ricerche di Richard Davidson sui meditatori esperti hanno mostrato che persino l'allenamento mentale lascia tracce misurabili nell'attività e nella struttura cerebrale.

I tre processi (plasticità, ridescrizione, valore) non sono quindi tre meccanismi separati, ma tre aspetti di un unico fenomeno: un cervello che, imparando, costruisce a poco a poco la propria interiorità. La plasticità fornisce la materia prima. La ridescrizione la trasforma in auto-conoscenza. Il valore la rende qualcosa che si sente. Togliete l'apprendimento, sostiene Cleeremans, e non resta esperienza: resta solo elaborazione cieca.

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La mente cosciente è la teoria che il cervello costruisce su se stesso.

Axel Cleeremans

Molte di queste idee hanno trovato applicazione concreta proprio là dove la coscienza si rompe e poi, a volte, si ricostruisce: nei disturbi della coscienza. La riabilitazione dopo un ictus o un trauma cranico si fonda interamente sulla neuroplasticità, sulla capacità delle aree intatte di riapprendere funzioni perdute. E lo studio dei pazienti in stato vegetativo o minimamente cosciente, con tecniche come la fMRI e l'EEG, cerca di cogliere il momento in cui quei processi di auto-rappresentazione ricominciano ad accendersi. La tesi di Cleeremans si lega inoltre alle teorie di ordine superiore (l'idea che uno stato diventi cosciente quando è rappresentato da un altro stato), ma vi aggiunge l'ingrediente che a quelle mancava: una spiegazione evolutiva e dinamica di come quelle meta-rappresentazioni si formino, anziché darle per scontate.

La sua posizione è affascinante, ma non è priva di critici. La prima obiezione è la più dura, ed è la stessa che colpisce quasi ogni teoria in questo campo: spiegare come il cervello impara a rappresentarsi non spiega ancora perché quelle rappresentazioni dovrebbero essere accompagnate da esperienza vissuta. È il "problema difficile" di Chalmers, che riemerge intatto: un sistema potrebbe in linea di principio imparare a ridescriversi restando completamente al buio. Cleeremans ne è consapevole, tanto da aver dedicato un secondo grande progetto di ricerca europeo proprio al "perché" della coscienza, alla sua funzione, dopo aver esplorato il "come". Una seconda obiezione segnala che l'analogia con le reti neurali artificiali (su cui Cleeremans costruisce i suoi modelli) rischia di essere a doppio taglio: se la coscienza è solo apprendimento di meta-rappresentazioni, perché i sistemi artificiali, che pure apprendono e si auto-modellano, non dovrebbero diventare coscienti? Una terza, più sottile, chiede se non si stia confondendo la condizione che rende possibile la coscienza (la plasticità) con la coscienza stessa.

Altri, al contrario, apprezzano proprio la concretezza del gesto: in un panorama in cui la coscienza viene spesso trattata come una proprietà statica e misteriosa, un approccio che la àncora a un processo reale, documentato e onnipresente come la plasticità (e che spiega perché l'esperienza cambia con l'apprendimento, l'età, l'allenamento, la lesione e il recupero) costituisce uno dei pochi tentativi di rendere la coscienza non solo osservabile, ma modificabile. Se la coscienza è qualcosa che il cervello impara a fare, allora può anche essere coltivata, riabilitata, trasformata. È una visione che restituisce un ruolo attivo a chi la vive.

E forse, anche se l'idea può sembrare strana al senso comune (siamo abituati a pensare di "avere" una coscienza, non di costruirla giorno per giorno), c'è qualcosa di profondamente liberatorio nella visione di Cleeremans: non siete nati con un'interiorità già finita, e non ne avete una versione fissa. Ogni cosa che imparate, ogni esperienza che vi cambia, ogni abitudine che costruite o smontate, sta letteralmente riscrivendo il cervello che vi rende coscienti. In questo senso, non avete una coscienza. State diventando la vostra coscienza, proprio adesso, mentre leggete questa frase.

A presto,
Il Team di Quantyoum Letters 😊

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