Teoria sulla Coscienza di David Chalmers
Per molto tempo la domanda è rimasta sospesa tra laboratori e dipartimenti di filosofia: se un giorno conoscessimo perfettamente ogni neurone del cervello, ogni segnale chimico, ogni circuito di feedback, sapremmo davvero perché c'è qualcosa che si prova a vedere il rosso, a sentire il sapore del caffè, a essere svegli? O ci mancherebbe ancora il pezzo più importante?
Esiste una prospettiva che non parte dalla biologia né dall'introspezione mistica, ma dalla logica modale e dalla filosofia analitica più rigorosa. È quella di David Chalmers, filosofo australiano, professore di Filosofia e Scienze Neurali alla New York University e codirettore del Center for Mind, Brain, and Consciousness, autore di una delle formulazioni più influenti, e più contestate, del problema della coscienza nel pensiero contemporaneo.

David Chalmers
Chalmers non propone una teoria della coscienza nel senso di un meccanismo che la spieghi. Il suo approccio è più sottile, e per molti versi più radicale: sostiene che la domanda giusta non sia "come il cervello produce la coscienza?" ma "perché dovrebbe produrla affatto, dato che in linea di principio tutte le sue funzioni potrebbero svolgersi al buio, senza nessuna esperienza interna?"
Per spiegarlo, ricorre a un esperimento mentale che ha fatto il giro del mondo: lo zombie filosofico. Immaginate una creatura fisicamente identica a voi, atomo per atomo. Si comporta come voi, parla come voi, dice "che bel tramonto" davanti al tramonto, ritrae la mano dal fuoco, scrive poesie sull'amore. Ma è atomo per atomo identica a un essere cosciente come voi e me, eppure non è cosciente. Dentro non c'è nessuno. Non è buio, perché "buio" sarebbe già un'esperienza: semplicemente, non c'è niente che si provi a essere quella creatura. Se uno scenario del genere è anche solo concepibile senza contraddizione, sostiene Chalmers, allora la coscienza non può essere completamente spiegata dai fatti fisici. Perché se lo fosse, lo zombie sarebbe logicamente impossibile, come un cerchio quadrato. E invece riusciamo a immaginarlo benissimo. MIT Open Learning Library

Da qui la distinzione che ha cambiato il dibattito sulla coscienza: quella tra problemi facili e problema difficile. I problemi "facili" della coscienza sono cose come spiegare la discriminazione degli oggetti o i resoconti verbali, mentre il singolo problema difficile potrebbe essere formulato come "perché esiste affatto la sensazione che accompagna la consapevolezza dell'informazione sensoriale?". "Facile", chiarisce subito Chalmers, non significa banale: significa risolvibile in linea di principio con gli strumenti standard delle neuroscienze. Il problema difficile è di un altro genere, e si sottrae a quegli strumenti.
In questo quadro, l'essere umano non è un problema unico, ma un nodo di domande di tipo diverso, che richiedono spiegazioni diverse. Chalmers le distingue con un linguaggio preciso, ciascuna corrispondente a un livello di domanda sulla mente:
Problemi facili → Spiegare come il cervello discrimina gli stimoli, integra le informazioni, controlla il comportamento, accede ai propri stati interni, produce report verbali. Tutte funzioni che, per quanto complesse, possono in linea di principio essere descritte come meccanismi. Sono "facili" nel senso tecnico: rientrano nel vocabolario della scienza.
Problema difficile → Spiegare perché tutta questa elaborazione è accompagnata da esperienza soggettiva. Perché c'è un "com'è" del vedere il rosso, del provare dolore, del pensare. Anche se descrivessimo ogni neurone in funzione, resterebbe la domanda: perché tutto questo non avviene semplicemente al buio?
Dualismo naturalistico → La proposta positiva di Chalmers. Naturalistico perché ritiene che gli stati mentali sopravvengano "naturalmente" sui sistemi fisici come il cervello, dualistico perché ritiene che gli stati mentali siano ontologicamente distinti e non riducibili ai sistemi fisici. La coscienza, in altre parole, non è un fantasma, ma non è nemmeno un effetto collaterale del calcolo neurale: è un ingrediente fondamentale della realtà, come lo sono lo spazio, il tempo o la massa.
Rappresentazione concettuale della distinzione tra problemi facili e problema difficile. (I principali lavori di Chalmers sono raccolti nel libro "The Conscious Mind" del 1996 e nel più recente "Reality+" del 2022, oltre che sul sito consc.net)

Il cervello, in questa visione, non è il produttore della coscienza nel senso in cui un fegato produce la bile. È piuttosto il sistema fisico a cui la coscienza è correlata secondo leggi fondamentali, leggi che Chalmers chiama psicofisiche, ancora tutte da scoprire. Negli ultimi anni, questa posizione lo ha spinto a prendere sul serio il panpsichismo: l'idea che forme rudimentali di esperienza possano essere presenti, in qualche modo, già al livello degli ingredienti fondamentali della materia. Chalmers ritiene che il panpsichismo, o più specificamente il panprotopsichismo, possa essere una soluzione al "problema difficile della coscienza". Non perché creda che gli elettroni meditino, ma perché se la coscienza è davvero fondamentale, da qualche parte deve già esserci.
I "problemi facili" e il "problema difficile" non sono quindi due modi di guardare la stessa questione, ma due livelli di domanda categorialmente distinti. Risolvere tutti i primi non risolve automaticamente il secondo. Si possono spiegare al millimetro i meccanismi del cervello e ritrovarsi comunque, alla fine, di fronte alla stessa domanda di partenza: e l'esperienza, da dove arriva?
Per qualunque processo fisico specificiamo, ci sarà una domanda senza risposta: perché questo processo dovrebbe dare origine all’esperienza?
Molte di queste idee sono state formulate per la prima volta in una conferenza a Tucson nel 1994 e poi sviluppate nel volume The Conscious Mind del 1996, che ha riportato il problema della coscienza al centro del dibattito filosofico dopo decenni in cui sembrava liquidato come pseudo problema. Da allora Chalmers ha esteso il suo lavoro anche all'intelligenza artificiale, alle realtà virtuali e alla questione se le macchine possano essere coscienti.
La sua posizione è potente, ma è anche una delle più contestate della filosofia contemporanea. I critici, da Daniel Dennett a Patricia Churchland fino allo stesso Anil Seth, sostengono che il problema difficile sia mal posto: che l'argomento dello zombie confonda la concepibilità con la possibilità reale, e che ciò che oggi sembra "ulteriore rispetto al fisico" sia solo ciò che ancora non sappiamo spiegare. Steven Pinker, in un giudizio diventato celebre, ha riassunto bene una posizione intermedia: il problema difficile è un problema concettuale significativo, ma non è un problema scientifico significativo, perché nessuno otterrà mai un finanziamento per studiare se sei uno zombie. Altri obiettano che il dualismo naturalistico, per quanto raffinato, eredita le difficoltà classiche di ogni dualismo: come fanno due tipi di proprietà ontologicamente distinte a interagire? E il panpsichismo, a sua volta, apre il famoso "problema della combinazione": come fanno mille briciole di esperienza a sommarsi in una singola esperienza unificata, la vostra, mentre leggete questa frase?
Altri, al contrario, apprezzano proprio il rigore del gesto: in un panorama in cui la coscienza viene spesso liquidata come illusione utile o come effetto collaterale del calcolo, un approccio che la prende sul serio come fenomeno irriducibile, e lo fa con gli strumenti più sobri della logica modale invece che con appelli al mistero, costituisce uno dei tentativi più onesti di non chiudere troppo in fretta la domanda più antica della filosofia della mente.
E forse, anche se l'idea può sembrare scomoda per chi sperava in una spiegazione completa, c'è qualcosa di vertiginoso nel pensiero di Chalmers: se ha ragione, l'esperienza che stai facendo proprio adesso, mentre leggi queste parole, non è un sottoprodotto né un'illusione. È una delle cose più fondamentali che esistano nell'universo. E nessuna mappa del cervello, per quanto dettagliata, potrà mai sostituirla.
A presto,
Il Team di Quantyoum Letters 😊
Se questa idea ti ha fatto vedere la coscienza (e te stesso) in modo diverso, girala a qualcuno che senti potrebbe averne bisogno: a volte basta un nuovo modo di sentire le cose per cambiare tutto.

