Teoria sulla Coscienza di Victor Lamme

Per molto tempo la domanda è rimasta sospesa tra i laboratori di neuroscienze visive: cosa trasforma un'immagine che colpisce la retina in un'immagine vista, esperita, consapevole? Il cervello elabora moltissimi stimoli che non diventano mai coscienti (li registra, li usa per orientare il comportamento, eppure non li "vediamo"). Cos'è quel passaggio in più che accende l'esperienza? E se non fosse questione di dove arriva il segnale, ma della direzione in cui viaggia?

Esiste una prospettiva che non parte dalla filosofia né dai modelli astratti, ma direttamente dall'elettrofisiologia della corteccia visiva. È quella della Recurrent Processing Theory (RPT, in italiano "Teoria dell'Elaborazione Ricorrente"), sviluppata dal neuroscienziato olandese Victor Lamme, professore all'Università di Amsterdam, a partire da decenni di esperimenti sulla visione nei primati e nell'uomo. È una delle teorie della coscienza più rigorosamente neurobiologiche, e più radicali nelle sue conseguenze, del panorama contemporaneo.

Victor Lamme

Lamme non propone una teoria filosofica della coscienza. Il suo approccio è dichiaratamente empirico e, per molti versi, provocatorio: sostiene che la domanda giusta non sia "cosa significa essere coscienti?" ma "quale firma neurale precisa distingue uno stimolo che vediamo da uno che il cervello elabora senza che lo vediamo, e possiamo misurarla in laboratorio?"

Per spiegarlo, ricorre a una distinzione netta tra due modi in cui l'informazione attraversa il cervello. Quando un'immagine colpisce gli occhi, parte una prima ondata di attività, la feedforward sweep (l'ondata in avanti): il segnale corre dalla corteccia visiva primaria verso le aree superiori, in circa 100-200 millisecondi, estraendo via via forme, colori, oggetti, fino a poter influenzare un'azione. L'ondata feedforward procede entro 150-200 ms, durante i quali caratteristiche di basso e alto livello vengono estratte e tradotte in un potenziale output motorio. Questo stadio è inconscio. Il punto cruciale, sostiene Lamme, è proprio questo: questa prima corsa in avanti, per quanto sofisticata, non basta a produrre coscienza. Possiamo riconoscere uno stimolo, esserne influenzati, persino reagirvi, senza averlo mai visto consapevolmente.

Da qui il nome della teoria: ciò che accende l'esperienza non è l'arrivo del segnale in cima alla gerarchia, ma il suo ritorno indietro. Quando le aree superiori rimandano l'informazione verso quelle inferiori, da cui era partita, si stabilisce un'elaborazione ricorrente (re-entrant), un dialogo a ciclo tra i diversi livelli. L'ondata feedforward raggruppa rapidamente le costellazioni di caratteristiche cablate nel cervello visivo, ma è probabilmente incapace di produrre consapevolezza visiva; in molti casi è necessaria l'elaborazione ricorrente prima che le caratteristiche di un oggetto vengano raggruppate e lo stimolo possa entrare nella coscienza. È nel viaggio di ritorno, non in quello di andata, che nasce il vedere.

In questo quadro, l'essere umano non percepisce il mondo come una telecamera che registra ciò che ha davanti, ma come un sistema che diventa cosciente solo quando i suoi circuiti "richiamano" l'informazione, la rimbalzano avanti e indietro, la stabilizzano in un anello. Lamme distingue questo processo in alcuni stadi, che possiamo raggruppare in tre momenti chiave, ciascuno corrispondente a un diverso destino del segnale:

L'ondata feedforward (lo stadio cieco) → Il segnale corre in avanti, dalla retina alle aree visive superiori, estraendo caratteristiche e potenziali risposte motorie. Se non viene "ripreso" da un'elaborazione successiva, resta subliminale: orienta il comportamento (priming, riflessi) ma non viene mai visto. È la base neurale di tutto ciò che il cervello fa "al buio".

L'elaborazione ricorrente locale (la coscienza fenomenica) → Quando le aree visive superiori rimandano il segnale verso quelle inferiori, si attiva un ciclo ricorrente confinato alle regioni sensoriali. Per Lamme, questo stadio è necessario e sufficiente per la coscienza fenomenica: l'esperienza grezza del vedere, il "com'è" del rosso o del movimento, anche prima e indipendentemente dal fatto che potremo riferirla. È la tesi più radicale della teoria.

L'elaborazione ricorrente diffusa (la coscienza d'accesso) → Quando il ciclo ricorrente si estende a vaste aree corticali, comprese quelle frontali e parietali, l'informazione diventa globalmente disponibile, riportabile, utilizzabile per il ragionamento e la decisione. Questo stadio corrisponde, di fatto, all'accesso descritto dalla Global Neuronal Workspace Theory: ma per Lamme è solo l'ultimo passo, non quello che crea l'esperienza.

I lavori principali di Lamme sono raccolti in numerosi articoli su Trends in Cognitive Sciences, Nature Reviews Neuroscience e Neuron, molti firmati insieme a Pieter Roelfsema.

La coscienza, in questa visione, non è un prodotto della corteccia prefrontale né un "broadcasting" globale, ma una proprietà che emerge localmente, già nelle aree sensoriali, nel momento in cui il segnale comincia a dialogare con se stesso. Da qui discende la tesi forse più dirompente di Lamme: attenzione e coscienza sono due processi distinti e ortogonali. Un elemento chiave della RPT è che considera attenzione e coscienza come processi separati e ortogonali, e questo la distingue da molte altre teorie, tra cui la GNWT, il predictive processing e l'attention schema theory. Possiamo essere fenomenicamente coscienti di molto più di quanto riusciamo a riferire, perché l'esperienza nasce nello stadio ricorrente locale, mentre la capacità di riportarla richiede lo stadio diffuso. Esisterebbe quindi un "eccesso" (overflow) della coscienza rispetto a ciò che riusciamo a verbalizzare.

I tre momenti (ondata feedforward, ricorrenza locale, ricorrenza diffusa) non sono quindi tre teorie separate, ma tre stadi di un unico processo continuo: la trasformazione di un segnale cieco in un'esperienza vista, e poi in un'esperienza riferibile. La feedforward sweep, da sola, è inconscia. La ricorrenza locale accende il vedere. La ricorrenza diffusa lo rende dicibile. È il viaggio di ritorno a fare la differenza, non quello di andata.

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Dovremmo smettere di lasciare che l'introspezione e il resoconto verbale definiscano cosa intendiamo per coscienza, e adottare invece un criterio neuroscientifico: l'elaborazione ricorrente.

Victor Lamme

Molte di queste idee derivano da esperimenti molto concreti, in particolare con la stimolazione magnetica transcranica (TMS). Se si interrompe l'ondata feedforward nei primissimi millisecondi, lo stimolo non viene elaborato; ma se si disturba il cervello nella finestra dell'elaborazione ricorrente (intorno agli 80-150 millisecondi dopo lo stimolo), la visibilità cosciente dello stimolo crolla, anche quando l'ondata feedforward è rimasta intatta. È una delle prove sperimentali più citate a favore dell'idea che sia la ricorrenza, e non la semplice elaborazione in avanti, a sostenere l'esperienza cosciente. La RPT è inoltre stata oggetto di studio nel grande dibattito pubblico del 2022 all'Association for the Scientific Study of Consciousness, dove è stata messa a confronto con GNWT, HOT, IIT e predictive processing.

La sua posizione è solida ed elegantemente empirica, ma non è priva di critici. L'obiezione più seria riguarda proprio la tesi centrale: come si fa a verificare che lo stadio ricorrente locale produca un'esperienza cosciente, se per definizione quell'esperienza potrebbe non essere riferibile? Se la coscienza fenomenica "eccede" il resoconto, allora la sua presenza nello stadio 3 diventa una postulazione difficile da falsificare con i metodi standard, che si basano quasi sempre sul report del soggetto. È il cuore del dibattito tra chi (come Ned Block) difende questo "overflow" e chi (come i sostenitori della GNWT) sostiene che senza accesso non si possa parlare propriamente di coscienza, ma solo di elaborazione. Una seconda obiezione, di tipo sperimentale, segnala che alcuni tentativi di manipolare causalmente le due fasi hanno dato risultati ambigui, non sempre coerenti con le predizioni della teoria. Una terza, più filosofica, chiede: perché proprio la ricorrenza dovrebbe generare esperienza? Anche ammettendo che la correlazione regga, resta il "problema difficile" di Chalmers, che nessuna firma neurale, da sola, sembra in grado di sciogliere.

Altri, al contrario, apprezzano proprio la concretezza del gesto: in un panorama in cui la coscienza viene spesso trattata come mistero metafisico o ridotta a funzione cognitiva, un approccio che la lega a un meccanismo neurale preciso, misurabile e localizzabile (la direzione del flusso dell'informazione nella corteccia) costituisce uno dei tentativi più disciplinati di renderla un oggetto sperimentale. La RPT ha anche un'implicazione affascinante per l'intelligenza artificiale: poiché i grandi modelli linguistici di oggi sono in larga parte sistemi feedforward, privi di vera elaborazione ricorrente, secondo la teoria di Lamme non potrebbero, allo stato attuale, essere coscienti. È uno dei pochi criteri che offre una risposta netta, e verificabile in linea di principio, alla domanda se una macchina possa avere esperienza.

E forse, anche se l'idea può sembrare controintuitiva (siamo abituati a pensare che vedere significhi semplicemente lasciar entrare la luce), c'è qualcosa di profondamente elegante nella visione di Lamme: nel momento in cui credete di star semplicemente guardando il mondo, dentro la vostra corteccia è in corso una conversazione. Il segnale è già corso in avanti, ha già toccato le aree alte, e ora sta tornando indietro, rimbalzando tra i livelli, chiamando e rispondendo a se stesso. Quel breve dialogo, quell'eco interna, è ciò che chiamate "vedere". Senza il ritorno, ci sarebbe solo un'ondata cieca che attraversa il buio.

A presto,
Il Team di Quantyoum Letters 😊

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