Il nome di Richard Feynman compare spesso nelle conversazioni sulla coscienza. A volte per la frase sugli «atomi con coscienza», a volte perché è il fisico dei diagrammi e della somma sui cammini, e quindi sembra naturale tirarlo dentro ogni discorso in cui compaiono insieme le parole quanti e mente.

Il problema è che Feynman una teoria della coscienza non l'ha mai formulata. Mai, in nessun luogo. E non per distrazione.

In questa newsletter useremo soltanto fonti primarie: due discorsi pubblici di cui esiste il testo integrale, un capitolo autobiografico e un'intervista televisiva registrata. Niente citazioni di seconda mano, niente frasi che circolano senza origine. Va detto subito anche di che pasta sono fatte queste fonti: sono testimonianze, non dati. Nella nostra piramide delle evidenze stanno in basso. L'unica eccezione la incontreremo a metà strada, ed è un modello di psicologia cognitiva pubblicato e replicato per cinquant'anni.

Le tre cose che vengono confuse fra loro

Quando si dice "Feynman e la coscienza" si stanno in realtà mescolando tre cose molto diverse, che vale la pena tenere separate.

La danza degli atomi (1955) → È il passaggio più citato, e non è una teoria. Nel novembre del 1955, parlando alla National Academy of Sciences, Feynman fa notare una cosa che aveva letto su una rivista scientifica: il fosforo contenuto nel cervello di un ratto si dimezza in due settimane. Cioè gli atomi del cervello vengono continuamente sostituiti. E allora, dice, «che cos'è questa mente, che cosa sono questi atomi con coscienza? Patate della settimana scorsa!» Non propone nessun meccanismo. Constata un fatto e ne trae un'immagine: qualunque cosa siate, non siete la materia di cui siete fatti.

L'esperimento del conteggio (Princeton, intorno al 1940) → È la parte che quasi nessuno conosce, ed è l'unica volta in cui Feynman ha fatto ricerca vera sul funzionamento della mente. Ci arriviamo fra poco, perché è il cuore di questa lettera.

La vasca di deprivazione sensoriale (anni Settanta) → Nella villa di John Lilly a Malibu, Feynman prova la vasca di isolamento e ha esperienze fuori dal corpo. Le racconta in Surely You're Joking nel capitolo Altered States: vede la propria nuca, vede le proprie dita muoversi, vede il cielo azzurro fra le dita. E le classifica lui stesso, senza esitare, come allucinazioni, notando che i movimenti che vedeva corrispondevano esattamente a quelli che stava immaginando di vedere. Aveva anche rifiutato le droghe che Lilly proponeva, per non «rovinare la macchina», cioè il proprio cervello.

L'esperimento che nessuno gli riconosce

Da studente, Feynman voleva capire come funzionassero i sogni. Si chiedeva come facessero le immagini a sembrare così reali a occhi chiusi: sono i nervi della retina a essere stimolati in qualche altro modo, forse dal cervello stesso? Cercò risposte nella psicologia dell'epoca e non le trovò. Scrive: «non ho mai ottenuto risposte soddisfacenti a domande del genere dalla psicologia, anche se ero diventato molto interessato al funzionamento del cervello. C'era invece tutta questa faccenda dell'interpretazione dei sogni».

Poi, negli anni di Princeton, gli capita fra le mani un articolo di psicologia che gli sembra una sciocchezza. Un ricercatore aveva notato che la moglie, che soffriva di febbri ricorrenti, contava i secondi più in fretta quando aveva la febbre. Ne aveva dedotto che il senso del tempo fosse governato da una reazione chimica, e cercando quale reazione variasse con la temperatura nello stesso modo, aveva concluso: il ferro. Feynman lo giudica una catena di ragionamenti troppo lunga per reggere.

Ma la domanda gli resta addosso. Da cosa dipende, davvero, la velocità con cui contiamo?

Ed è qui che comincia a fare le cose per bene, e vale la pena seguire il metodo passo per passo, perché è lì che si vede la differenza fra un aneddoto e un esperimento.

Prima stabilisce che lo strumento sia affidabile. Conta fino a 60 senza guardare l'orologio, più volte. Ottiene 48 secondi, poi 49, 48, 47, 48, 49, 48, 48. Un ritmo stabile. Verifica anche il controllo opposto: se invece di contare aspetta a occhio quello che gli sembra un minuto, i risultati sono completamente irregolari. Quindi la stabilità viene dal contare, non da lui.

Poi cerca cosa possa alterare quel ritmo. Sospetta il battito cardiaco, e allora corre su e giù per le scale del collegio finché non ha il cuore in gola, si butta sul letto e conta. Nessun effetto. Prova a contare mentre corre. Nessun effetto. Il calore prodotto dalla corsa: nessun effetto. I compagni lo vedono correre avanti e indietro sulle scale e gli chiedono cosa stia facendo. Lui non riesce a rispondere.

Ed è quello il vero risultato, arrivato per caso: mentre conta, non riesce a parlare.

Comincia allora a contare mentre fa altre cose. Può scrivere. Può leggere un articolo di giornale, e non solo: riesce contemporaneamente a contarne le righe raggruppandole in schemi geometrici, e alla fine sa dire insieme a che numero è arrivato e quante righe aveva l'articolo. Trova una sola attività che gli sballa il conteggio: copiare a macchina un testo. E osservandosi meglio capisce perché: non stava rallentando, si interrompeva ogni volta che incontrava una parola difficile.

La mattina dopo racconta tutto a colazione. Uno dei presenti, un giovane matematico di nome John Tukey, non gli crede: «Scommetto che io riesco a parlare mentre conto, e scommetto che tu non riesci a leggere».

Provano. Feynman legge contando, arriva a 60 nei suoi 48 secondi esatti, e poi riferisce quello che ha letto. Tukey resta di sasso. Ma poi tocca a lui: recita Mary had a little lamb, continua a parlare a ruota libera, dice «Okay!» e centra il proprio tempo al secondo.

Sono entrambi capaci di contare. Ma uno può leggere e non parlare, l'altro può parlare e non leggere.

La spiegazione la trovano discutendone insieme, e sta nel modo in cui contavano. Tukey vedeva un nastro con i numeri che scorreva. Feynman si sentiva pronunciare i numeri dentro la testa. Chi conta con la voce interiore non può parlare, perché la voce è già occupata. Chi conta con gli occhi della mente non può leggere, perché lo sguardo interno è già occupato.

Feynman prova anche a forzare il limite: cerca un terzo canale, il tatto. Contando sulle dita riesce a leggere ad alta voce. Ma quando prova a immaginare soltanto il movimento delle dita, senza muoverle, non ci riesce più. Scrive di non aver mai incontrato nessuno capace di farlo.

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Non devi chiedere a una persona come conta e affidarti a quello che osserva di se stessa: osserva invece cosa riesce e cosa non riesce a fare mentre conta. Il test è assoluto. Non c'è modo di aggirarlo, non c'è modo di barare.

Richard Feynman

Perché questa non è solo una storia divertente

Quello che Feynman e Tukey hanno improvvisato a colazione ha un nome tecnico: paradigma del doppio compito. Il principio è che due attività si ostacolano a vicenda solo se hanno bisogno della stessa risorsa mentale, e restano compatibili se ne usano di diverse. Osservando quali coppie di compiti collidono, si ricava una mappa dei sistemi che stanno sotto, senza dover chiedere niente a nessuno.

Nel 1974 Alan Baddeley e Graham Hitch pubblicano il modello della memoria di lavoro, che oggi sta in tutti i manuali di psicologia cognitiva. Descrive almeno due magazzini separati: un circuito fonologico per il materiale verbale e sonoro, e un taccuino visuospaziale per quello visivo e spaziale, coordinati da un terzo sistema di controllo. La prova sperimentale più forte a sostegno del modello è esattamente questa: due compiti che usano la stessa componente interferiscono, due compiti che usano componenti diverse convivono.

È, nella sostanza, quello che due ragazzi a Princeton avevano trovato circa trentaquattro anni prima parlando davanti a una tazza di caffè.

E c'è una seconda conclusione, che Feynman considera la più importante: «quello che succede nella testa di persone diverse, quando pensano di star facendo la stessa cosa, è diverso per ognuna». Aggiunge un dettaglio su di sé che oggi chiameremmo sinestesia: quando guarda un'equazione vede le lettere colorate, le j beige chiare, le n di un violetto tendente al blu, le x marrone scuro. E si chiede cosa diavolo vedano i suoi studenti mentre lui spiega.

Cosa Feynman non ha mai detto

E arriviamo al punto che rende, speriamo, questa lettera davvero precisa.

Nelle fonti primarie che abbiamo consultato non compare mai una teoria della coscienza, né qualcosa che le assomigli. Non c'è un meccanismo proposto, non c'è un modello, non c'è una previsione verificabile. Non compare mai nemmeno un collegamento fra meccanica quantistica e mente: chi lo cita in quel contesto lo sta usando come un'insegna, non come una fonte.

Il silenzio, per di più, è dichiarato. Nello stesso discorso del 1955 Feynman aveva messo le mani avanti: «uno scienziato che guarda problemi non scientifici è stupido quanto chiunque altro, e quando parla di una questione non scientifica suona ingenuo esattamente come chiunque non sia esperto della materia». Non è modestia di circostanza. È la stessa persona che nel 1974, dal palco della cerimonia di laurea al Caltech, avrebbe consegnato ai suoi studenti la frase che porta la sua firma più di ogni altra: il primo principio è che non devi ingannare te stesso, e sei la persona più facile da ingannare.

Vale la pena fermarsi un attimo su quanto quella frase pesi proprio qui. Nella scienza della coscienza l'unico strumento di misura disponibile è la mente che studia se stessa. È il campo in cui è più facile ingannarsi, perché chi osserva e ciò che viene osservato coincidono. Feynman non ha risolto quel problema. Ma nella stanza di un collegio, contando i secondi, ha trovato il modo di aggirarlo per un pezzetto: non fidarsi di quello che una persona racconta di sé, e guardare invece cosa si rompe quando le si chiede di fare due cose insieme.

Ed è la stessa coerenza che troviamo nella vasca di Lilly. Un'esperienza fortissima, vissuta in prima persona, del tipo che moltissimi avrebbero raccontato come un'uscita dal corpo. Lui la registra, la descrive nel dettaglio, e la chiama allucinazione.

Il mistero giusto

Nel 1981, davanti alle telecamere della BBC, Feynman racconta di un amico artista, Jirayr Zorthian, che gli mostrava un fiore dicendo: io come artista ne vedo la bellezza, tu come scienziato lo smonti e lo rendi una cosa noiosa. Feynman risponde che la bellezza del fiore la vede anche lui, e che conoscere le cellule, la struttura, i processi non toglie nulla. «Aggiunge soltanto. Non capisco come possa togliere.»

Ma dentro quella risposta c'è un passaggio che quasi tutti saltano. Feynman osserva che i colori del fiore si sono evoluti per attirare gli insetti che lo impollinano. E allora, dice, questo significa che gli insetti i colori li vedono. E aggiunge una domanda: questo senso estetico esiste anche nelle forme più semplici?

È una domanda sulla coscienza. Probabilmente l'unica che si sia mai permesso di fare in pubblico. E l'ha lasciata aperta.

Ci sembra il modo giusto di chiudere, perché torna esattamente dove eravamo partiti, cioè al 1955. In quello stesso discorso, prima delle patate e prima della danza degli atomi, Feynman aveva scritto una frase che noi oggi useremmo per descrivere il nostro stesso metodo di lavoro: «la conoscenza scientifica è un corpo di affermazioni con gradi di certezza diversi: alcune molto incerte, altre quasi certe, nessuna assolutamente certa».

Poi aveva aggiunto che, di tutti i valori della scienza, il più grande è la libertà di dubitare. E che ammettere di non sapere non è una sconfitta: è, testualmente, il canale che resta aperto.

A presto,
Il Team di Quantyoum Letters 😊

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