Teoria sulla Coscienza di Anil Seth

Per molto tempo la domanda è rimasta sospesa tra filosofi e neuroscienziati: se quello che vediamo non è il mondo "così com'è", allora cos'è? E se la nostra esperienza più intima, il sentirci noi stessi, fosse anch'essa una costruzione del cervello, una storia raccontata talmente bene da sembrare vera?

Esiste una prospettiva che non parte dalla metafisica né dalla spiritualità, ma dalle neuroscienze cognitive e dalla teoria bayesiana della percezione. È quella di Anil Seth, neuroscienziato britannico, professore di Neuroscienze Cognitive e Computazionali all'Università del Sussex e direttore del Sussex Centre for Consciousness Science, autore di una delle teorie sulla coscienza più discusse e sorprendentemente affascinanti, del panorama contemporaneo.

Anil Seth

Seth non propone una teoria mistica della coscienza. Il suo approccio è dichiaratamente materialista: sostiene che la domanda giusta non sia "cosa è la coscienza in senso ultimo?" ma "come il cervello, attraverso processi biologici e predittivi, genera l'esperienza che chiamiamo realtà?"

Per spiegarlo, ricorre a un'immagine spiazzante.

Immaginate di guardare un albero fuori dalla finestra. Vi sembra ovvio che la luce entri nei vostri occhi, viaggi verso il cervello e vi consegni l'immagine dell'albero "così com'è". Ma secondo Seth il cervello non funziona così: sta costantemente generando previsioni su cosa stia accadendo nel mondo, aspettative che vengono poi confermate o corrette dai segnali che arrivano dai sensi. In altre parole, non è il mondo che entra in noi: siamo noi che proiettiamo continuamente un mondo, e i sensi servono solo a tenere a freno quella proiezione. Da qui lo slogan che ha reso celebre Seth: la percezione è un'allucinazione controllata, è "allucinazione" perché generata internamente, dall'interno verso l'esterno, ma è "controllata" perché strettamente accoppiata al mondo e al corpo così come sono.

Quando l'allucinazione è ben ancorata ai dati sensoriali, la chiamiamo "realtà". Quando il controllo si allenta, sotto effetto di sostanze, durante un sogno, in certi disturbi psichiatrici, la chiamiamo "allucinazione" e basta. Ma il meccanismo, sostiene Seth, è lo stesso.

In questo quadro, l'essere umano non è uno spettatore passivo che riceve informazioni dal mondo, ma un generatore di mondi. E il "sé", la sensazione di essere qualcuno, non è un'eccezione: è un altro tipo di allucinazione, forse la più sofisticata di tutte. Seth la articola su tre livelli, ciascuno dei quali corrisponde a un diverso tipo di previsione che il cervello fa:

Sé corporeo → L'esperienza di possedere un corpo, di abitarlo, di essere quel corpo. Non un dato di fatto, ma una previsione costante che il cervello fa basandosi sui segnali interni (battito, respiro, viscere) ed esterni (vista, tatto). L'esperimento della "mano di gomma", in cui possiamo arrivare a sentire come nostra una mano finta, mostra quanto questa percezione sia plastica.

Sé prospettico → La sensazione di guardare il mondo da un punto di vista, da "dentro la testa". Anche questa è una costruzione: il cervello genera un punto di osservazione coerente per organizzare l'esperienza, ma non c'è nessun "piccolo io" seduto dietro gli occhi a guardare lo schermo.

Sé narrativo → La storia che ci raccontiamo su chi siamo: la memoria autobiografica, i piani per il futuro, l'identità. Una narrazione che il cervello cuce insieme a partire da frammenti, riscrivendola continuamente, e che ci dà l'illusione confortante di essere la stessa persona dalla nascita alla morte.

Rappresentazione concettuale dei livelli del sé descritti da Seth. (I suoi lavori principali sono raccolti nel libro "Being You: A New Science of Consciousness" e sul sito anilseth.com)

Il corpo, in questa visione, non è un involucro che ospita una coscienza venuta da altrove. È il punto di partenza stesso della coscienza. Seth chiama questa prospettiva la teoria della "beast machine", la macchina bestia, per sottolineare la centralità della nostra natura fisica e animale. Non siamo coscienti nonostante siamo corpi biologici che lottano per restare in vita: siamo coscienti proprio perché siamo corpi biologici che lottano per restare in vita. Le emozioni, gli stati d'animo, persino la sensazione di esistere derivano dal monitoraggio costante che il cervello fa dei processi viscerali, in funzione della sopravvivenza.

Le tre dimensioni del sé, corporeo, prospettico, narrativo, non sono quindi tre "anime" o tre principi, ma tre strati di previsione che il cervello assembla simultaneamente. Quando funzionano bene e in armonia, producono quella cosa stabile e familiare che chiamiamo "io". Quando si scollano, ottieni le esperienze fuori dal corpo, la depersonalizzazione, certi stati psicotici. Non è la coscienza a sopravvivere al corpo, in questa visione: è il corpo a generare, momento per momento, l'illusione coerente di essere qualcuno.

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Le esperienze del sé corporeo emergono a causa della nostra natura di “macchine bestia”, non a dispetto di essa.

Anil Seth

Molte di queste idee sono state sviluppate attraverso decenni di lavoro sperimentale al Sussex Centre for Consciousness Science, in dialogo con le tradizioni del predictive processing e dell'inferenza bayesiana, e si appoggiano su esperimenti riproducibili: dall'illusione della mano di gomma agli studi sulla percezione visiva, dall'anestesia ai pazienti con lesioni cerebrali specifiche.

La sua posizione è elegante, ma non è priva di critici.

Alcuni filosofi della mente, primo fra tutti David Chalmers, sottolineano che spiegare come il cervello genera previsioni non risponde davvero al cosiddetto "problema difficile" della coscienza: perché ci sia qualcosa che si prova a essere quelle previsioni? Una macchina potrebbe in linea di principio fare le stesse inferenze bayesiane senza che dentro ci sia nessuno a viverle. Seth ribatte che il problema difficile è probabilmente mal posto, e che basta accumulare buone spiegazioni dei singoli aspetti della coscienza per dissolverlo gradualmente, una mossa che però non convince tutti. Altri obiettano che ridurre il sé a "allucinazione controllata" rischia di essere più una metafora suggestiva che una teoria precisa, e che il termine "allucinazione" venga usato in modo troppo elastico.

Altri, al contrario, apprezzano proprio la sobrietà del gesto: in un panorama in cui la coscienza viene spesso trattata come mistero irriducibile o come effetto collaterale del calcolo, un approccio che la riconduce alla biologia di un organismo che cerca di restare vivo, senza scorciatoie spirituali ma anche senza ridurla a puro software, costituisce uno dei tentativi più seri e meglio supportati empiricamente per dire qualcosa di sensato su cosa significhi essere noi stessi.

E forse, anche se l'idea può inquietare, c'è qualcosa di liberatorio nel pensiero di Seth: se il "tu" che credi di essere è una storia che il tuo cervello sta raccontando in questo momento, allora puoi smettere di prenderla troppo sul serio. È comunque l'unica storia che hai.

A presto,
Il Team di Quantyoum Letters 😊

Se questa idea ti ha fatto vedere la coscienza (e te stesso) in modo diverso, girala a qualcuno che senti potrebbe averne bisogno: a volte basta un nuovo modo di sentire le cose per cambiare tutto.