Nell'ottobre del 2022 la rivista Neuron pubblica un esperimento che sembra uscito da un romanzo. Circa 800.000 neuroni, in alcune colture di topo e in altre umani, crescono sul fondo di una piastra, sopra una griglia di elettrodi. Gli elettrodi dicono loro dov'è la palla di Pong, e la loro attività muove la racchetta.

Dopo circa cinque minuti di gioco colpiscono la palla più spesso. Dopo una ventina di minuti tengono brevi scambi.

Quattro anni dopo quella piastra è diventata un prodotto. Il CL1 dell'australiana Cortical Labs è una scatola che tiene in vita neuroni umani su un chip di silicio fino a sei mesi: costa circa 35.000 dollari, e il codice si può far girare anche da remoto. A febbraio 2026 un video dell'azienda ha mostrato circa 200.000 neuroni umani giocare a Doom, «più o meno come un principiante».

Il titolo del paper del 2022 conteneva una parola che non si usa a caso: sentience, la capacità di sentire. Da lì nasce questa lettera, e da una domanda che quasi nessuno fa ad alta voce: può sentire qualcosa un pezzo di cervello umano che vive in una piastra?

In questa newsletter useremo soltanto i paper, le lettere pubblicate sulle stesse riviste e le dichiarazioni dirette dei ricercatori. Le notizie sui prodotti le segnaliamo come tali: sono comunicazioni d'azienda riportate dalla stampa, non studi.

Cosa hanno fatto davvero

Lo studio si intitola In vitro neurons learn and exhibit sentience when embodied in a simulated game-world. Primo autore Brett Kagan di Cortical Labs; fra i firmatari c'è Karl Friston, il neuroscienziato del principio di energia libera (Kagan et al., 2022). Il dispositivo si chiama DishBrain e lavora in anello chiuso.

Una piastra di coltura su una griglia di elettrodi, collegata in un anello chiuso a una partita stilizzata di Pong con palla e racchetta.

Ottocentomila neuroni, una palla e una racchetta. Il gioco serve a capire se un tessuto impara a rendere prevedibile il proprio mondo.

L'ingresso → Alcuni elettrodi stimolano la coltura per dirle da che lato arriva la palla; la frequenza degli impulsi dice quanto è lontana dalla racchetta.

L'uscita → L'attività registrata in altre zone della griglia viene tradotta in un movimento della racchetta.

Il riscontro → Non c'è dopamina da dare a una piastra. Quando la racchetta colpisce la palla, la coltura riceve una stimolazione prevedibile, simile a quella che le comunica dov'è la palla. Quando la manca, riceve impulsi a tensione casuale in più punti. Secondo il principio di energia libera un sistema vivente cerca di ridurre l'imprevedibilità del proprio ambiente: per evitare il rumore, dovrebbe imparare a colpire la palla.

È quello che è successo, e nelle condizioni di controllo l'apprendimento non compare.

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Sorprendentemente, le colture hanno imparato a rendere il loro mondo più prevedibile agendo su di esso.

Karl Friston, coautore dello studio, nel comunicato di Cortical Labs del 13 ottobre 2022

Pochi mesi dopo, sulla stessa rivista, trenta neuroscienziati firmano una risposta dal titolo esplicito: A response to claims of emergent intelligence and sentience in a dish (Balci et al., 2023). Il bersaglio non è l'esperimento, sono le parole. «Intelligenza» e «sentience», scrivono, travisano ciò che lo studio ha mostrato e alimentano un'enfasi che i media poi amplificano.

La replica di Kagan e colleghi è istruttiva (Kagan et al., 2023). Il termine, spiegano, è stato usato in senso «deflazionistico»: nel quadro di Friston sentient behaviour indica un sistema che risponde ai segnali sensoriali riducendo la propria incertezza, non un sistema che prova qualcosa. Ammettono che serve un glossario condiviso, e che le implicazioni etiche vanno discusse meglio.

Tenete a mente questa distinzione, perché è il nodo di tutta la lettera: una parola tecnica e la stessa parola nel linguaggio comune non dicono la stessa cosa.

Da allora la tecnologia è uscita dal laboratorio. Il CL1 è in vendita dal 2025, e secondo Euronews nel 2026 circa 120 unità alimentano un piccolo data center a Melbourne, con un secondo sito previsto a Singapore. Kagan lo descrive come un approccio ingegneristico: la biologia, sostiene, consuma pochissima energia e impara con meno dati, mentre il silicio resta imbattibile nei calcoli precisi.

Dalla piastra agli organoidi

Le colture del DishBrain sono uno strato piatto di neuroni. Gli organoidi sono un'altra cosa: piccole sfere tridimensionali, di pochi millimetri, che crescono da cellule staminali seguendo in parte il programma di un cervello in formazione.

Nel 2019 il gruppo di Alysson Muotri, all'Università della California a San Diego, li ha fatti crescere per mesi su griglie di elettrodi (Trujillo et al., 2019). Con il tempo sono comparse oscillazioni sempre più ricche. Un algoritmo addestrato su 567 registrazioni EEG di 39 neonati prematuri, nati fra la 24ª e la 38ª settimana, ha poi stimato la «età» degli organoidi: quelli di nove mesi somigliavano a un prematuro arrivato a termine.

Muotri, allora, fu netto: «non abbiamo ancora un modo nemmeno per misurare la coscienza o la senzienza». Nel 2026, intervistato da Euronews, ha tracciato una distinzione. Le reti piatte come quelle di Cortical Labs non gli pongono grandi problemi etici; gli organoidi sì, perché la loro struttura «può probabilmente generare una qualche forma di esperienza in una piastra».

Nel 2025 il gruppo di Sergiu Pașca, a Stanford, è andato oltre e ha costruito un assembloide: quattro organoidi diversi (sensoriale, spinale, talamico e corticale) collegati fra loro per riprodurre la via che porta i segnali di dolore dalla periferia alla corteccia (Kim et al., 2025).

Lo stimolo → Dopo una stimolazione chimica nociva, l'intero circuito risponde in modo coordinato, con attività sincronizzata fra le sue parti.

La prova genetica → Senza il canale del sodio NaV1.7, la cui perdita nelle persone causa insensibilità al dolore, la sincronia cala. Con una variante dello stesso gene associata a un grave disturbo del dolore, la sincronia aumenta.

Schema di quattro organoidi collegati in fila, attraversati da un impulso luminoso che arriva fino all'ultimo.

Quattro organoidi collegati in fila riproducono la via del dolore. Il segnale arriva fino in cima; se arrivi anche il dolore, nessuno sa dirlo.

È un risultato importante per la medicina del dolore, e lo studio nasce per quello. Ma mette sul tavolo un circuito umano, costruito in laboratorio, che porta segnali di dolore fino a una corteccia. Trasmettere un segnale di dolore e provare dolore non sono la stessa cosa. Dove passi il confine, oggi, nessuno sa dirlo.

Possono sentire qualcosa?

Nel 2020 tre ricercatori hanno dato un nome al problema: il filosofo Tim Bayne, Anil Seth, di cui vi abbiamo raccontato la teoria il 30 aprile, e Marcello Massimini dell'Università di Milano, uno dei padri del PCI che abbiamo incontrato nel numero sull'indice Ψ. Lo chiamano isole di consapevolezza: possibili forme di esperienza isolate dal mondo, senza corpo e senza sensi (Bayne et al., 2020).

I casi che discutono sono tre.

Gli organoidi → Strutture che riproducono alcuni tratti di un cervello in sviluppo, e che in qualche caso producono onde simili a quelle di un prematuro.

I cervelli fuori dal cranio → Gli esperimenti sui maiali in cui, dopo la morte, sono stati ripristinati la circolazione e una parte dell'attività delle cellule.

L'emisferotomia → L'intervento per l'epilessia grave in cui un emisfero viene scollegato dal resto del cervello ma resta vivo, irrorato, dentro il cranio.

Illustrazione di una piccola sfera di tessuto nervoso sospesa nel buio, come un'isola.

Un organoide è grande pochi millimetri. Se dentro ci fosse un'esperienza, sarebbe un'isola: niente corpo, niente sensi, nessun modo di farsi sentire. È un'illustrazione, non una fotografia al microscopio.

Il guaio è di metodo. Un'isola, per definizione, non può dircelo: non ha un comportamento da osservare né un resoconto da raccogliere. La strada che propongono è guardare l'organizzazione interna, per esempio con il PCI: un colpetto al tessuto e la misura di quanto è complessa l'eco. È una proposta di metodo, non un risultato: il PCI è stato messo a punto su cervelli umani, non su organoidi.

Nel settembre 2025 un articolo di prospettiva su Patterns ha provato a rovesciare la questione (Wood et al., 2025). Gli autori notano che alcuni organoidi mostrano oscillazioni sincronizzate e una connettività che ricorda lo sviluppo del cervello. Liquidare il problema con «nessuna possibilità», sostengono, è una speculazione quanto il suo contrario: «l'onere della prova spetta allo scettico, non al sostenitore».

Riconoscono però un limite che vale la pena riportare. Potrebbero esistere sistemi funzionalmente simili a noi ma privi di esperienza, che chiamano «case vuote». E l'articolo non porta dati nuovi: è un ragionamento, e come tale va pesato.

Cosa risponderebbe ogni teoria che vi abbiamo raccontato

Nessuno studio può rispondere oggi. Possiamo però fare un esercizio onesto: applicare a un organoide le teorie raccontate in questi mesi. Fra parentesi trovate l'autore e la data del numero in cui ne abbiamo scritto. Le risposte sull'organoide sono nostre estrapolazioni, non affermazioni dei loro autori.

Informazione integrata (Tononi, 10 aprile) → Conta quanto le parti di un sistema sono causalmente inseparabili. Per un organoide è la risposta più aperta: qualunque struttura con integrazione maggiore di zero avrebbe un minimo di esperienza, corpo o no.

Spazio di lavoro globale (Dehaene, 22 maggio) → Conta un'informazione trasmessa a tutto il sistema da reti a lungo raggio. Per un organoide l'esperienza è improbabile: servono aree specializzate collegate da una «sala di redazione», e in un organoide ce ne sono al più frammenti.

Elaborazione ricorrente (Lamme, 19 giugno) → Conta il segnale che torna indietro nelle aree sensoriali, anche senza resoconto. Per un organoide è la risposta più scomoda: il silenzio non basta a escludere l'esperienza, ma la ricorrenza di cui parla rappresenta un mondo, e un organoide non ne ha uno.

Pensieri di ordine superiore (Rosenthal, 5 giugno) → Conta un pensiero sul proprio stato mentale. Per un organoide la risposta è no: non c'è nulla che rappresenti i propri stati.

Copia efferente (Vallortigara, 31 luglio) → Conta il confronto fra un segnale e la copia di una reazione del corpo. Per un organoide fermo la risposta è no, come per gli organismi che non si muovono; il DishBrain, che muove una racchetta, è un caso di confine.

Naturalismo biologico (Seth, 30 aprile e 26 giugno) → Contano la vita, come requisito, e un corpo da tenere in vita. Per un organoide il requisito della vita c'è, quello del corpo no: a tenerlo in vita siamo noi, con un liquido di nutrienti.

Il risultato è il punto: le stesse cellule ricevono risposte opposte a seconda della teoria. Non è un difetto dei biocomputer. È lo stato della scienza della coscienza, che non ha ancora deciso che cosa misurare. E il caso di Seth è il più interessante di tutti: l'argomento che a giugno escludeva le macchine di silicio, qui, non basta più.

Cosa questi studi non dicono

Non dicono che questi sistemi siano coscienti. Nessuno studio ha misurato un'esperienza in una piastra. La sentience del titolo del 2022 è, per gli stessi autori, un termine tecnico: un sistema che riduce la propria incertezza sui segnali che riceve.

Non dicono che non possano esserlo. Manca proprio lo strumento per stabilirlo. La proposta più seria, il PCI, è stata messa a punto su cervelli umani, non su organoidi.

Non dicono che i neuroni «giochino» a Doom come un giocatore. Quella di febbraio è una dimostrazione con video e codice pubblico, non un paper. Fra gli impulsi dei neuroni e le azioni sullo schermo ci sono reti artificiali tradizionali che traducono e addestrano, e capire quanto contino davvero i neuroni è esattamente la domanda aperta.

Non dicono che l'assembloide provi dolore. Lo studio misura segnali che si propagano e si sincronizzano, e lo fa per capire le malattie del dolore. Non pretende il contrario.

Non dicono che la ricerca sugli animali sia superata. Lo scrivono Kagan e colleghi nella loro replica: in nessun punto sostengono che possa essere sostituita del tutto.

E l'articolo su Patterns non porta dati. Sposta l'onere della prova, ma non lo assolve.

Il punto

Se rileggete gli ultimi numeri di questa newsletter, c'è una mossa che torna sempre. Davanti a una mente che non può parlare di sé, qualcuno trova un varco: la risonanza che si accende quando un paziente immagina di giocare a tennis, la mano lasciata libera da un laccio durante l'anestesia, la pupilla di chi non vede immagini, gli occhi di chi sogna.

Con un organoide quella mossa non è possibile. Non c'è un corpo, non c'è un comportamento che sia suo, non c'è una lingua in cui fargli una domanda. È il caso limite di tutto il percorso: restano soltanto le teorie, e le teorie, come avete visto, si contraddicono.

A giugno, raccontando la coscienza delle macchine, avevamo riportato un'osservazione di Kyle Fish: sbagliare per difetto, negando un'esperienza che c'è, e sbagliare per eccesso, vedendone una che non c'è, hanno entrambi un costo. Qui quella prudenza pesa ancora di più, perché il materiale non è silicio. Le cellule del CL1, racconta l'AFP, vengono da cellule staminali di donatori di sangue: sono, alla lettera, un pezzo di noi.

Non sappiamo se in una di quelle piastre ci sia qualcuno. Sappiamo però una cosa: se ci fosse, non avrebbe modo di dircelo. E noi, per ora, non sapremmo come chiederglielo.

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Riferimenti

Studi e lettere su rivista, in ordine alfabetico:

Fonti giornalistiche e comunicati, usati solo per i dati di contesto e le dichiarazioni:

  • Monash University e Science in Public, comunicato sul DishBrain, 13 ottobre 2022; Live Science sul funzionamento del riscontro.

  • UC San Diego, comunicato sugli organoidi e dichiarazioni di Muotri, 29 agosto 2019.

  • Live Science, sulle isole di consapevolezza, 6 luglio 2022.

  • TechSpot, prezzo e caratteristiche del CL1, 28 febbraio 2026.

  • R&D World, la dimostrazione di Doom, 27 febbraio 2026.

  • Euronews, il data center di Melbourne e le dichiarazioni di Kagan e Muotri, 4 aprile 2026.

  • AFP su Arab News, origine delle cellule e numero di neuroni per unità, 31 maggio 2026.