Sta girando molto un'immagine impressionante: due topi fotografati con una telecamera speciale. Quello vivo brilla di una luce azzurra e verde; quello morto è quasi completamente buio. La didascalia parla di una "luce della vita" che collassa nell'istante della morte, mentre il corpo resta caldo come prima, e molti l'hanno letta come la prova che qualcosa, l'anima o l'energia vitale, avrebbe lasciato il corpo. È un racconto suggestivo. Ma cosa dice davvero lo studio scientifico da cui nasce quell'immagine? In questa newsletter useremo soltanto ciò che è scritto nel paper, senza aggiunte prese da altre fonti.

Imaging Ultraweak Photon Emission from Living and Dead Mice and from Plants under Stress
Lo studio sull'emissione ultra-debole di fotoni (UPE)
Lo studio non parla di anime, di energie o di coscienza. Il suo oggetto è un fenomeno noto da decenni, ma la cui origine e il cui significato, come scrivono gli stessi autori, non sono ancora del tutto compresi: l'emissione ultra-debole di fotoni (in inglese ultraweak photon emission, UPE), detta anche "biofotoni". Secondo il paper, tutti i sistemi viventi finora esaminati (colture cellulari, batteri, piante, animali, esseri umani) emettono spontaneamente una quantità piccolissima di luce, senza bisogno di alcuno stimolo esterno e anche dopo essere stati al buio a lungo. Si tratta di un'emissione di intensità estremamente bassa, che lo studio quantifica tra circa 10 e 1000 fotoni per centimetro quadrato al secondo, in un intervallo di lunghezze d'onda tra 200 e 1000 nanometri. È la luce meno intensa osservabile da un sistema vivente, rilevabile solo con i sensori più sensibili.
La prima cosa da chiarire, ed è ciò che smonta gran parte dei fraintendimenti, è che questa luce non è nessuna delle due cose a cui si potrebbe pensare. Il paper distingue esplicitamente tre tipi di luce che un organismo può emettere, e vale la pena tenerli separati:
La radiazione termica (corpo nero) → È la luce che qualsiasi superficie emette in funzione della propria temperatura, e segue la legge di Planck. Lo studio spiega che alla temperatura di un corpo si colloca in gran parte oltre i 1000 nanometri, cioè nell'infrarosso, fuori dal campo visibile. Nella gamma di luce catturata dalle loro telecamere, scrivono gli autori, la UPE è di diversi ordini di grandezza più intensa della radiazione termica, che risulta quindi trascurabile. In parole semplici: quel bagliore non è "calore".
La bioluminescenza → È la luce intensa e visibile a occhio nudo prodotta, per esempio, da lucciole, meduse e alcuni batteri. Secondo il paper è dell'ordine di 100.000 fotoni al secondo o più, e coinvolge tipicamente l'enzima luciferasi con un substrato come la luciferina. Anche questa non c'entra: nei topi e nelle piante studiati non esiste un meccanismo dedicato per produrre luce.
L'emissione ultra-debole di fotoni (UPE) → È la luce debolissima al centro dello studio. Non nasce da un organo che produce luce, ma è un sottoprodotto della chimica della vita. Il paper ne descrive il meccanismo: durante il metabolismo, le cellule producono molecole molto reattive chiamate specie reattive dell'ossigeno (in inglese ROS), come lo ione superossido, il perossido di idrogeno e il radicale ossidrile. Queste, attraverso processi come la perossidazione dei lipidi e l'ossidazione delle proteine, provocano l'eccitazione e il trasferimento di elettroni; quando le molecole eccitate tornano allo stato normale, rilasciano l'energia in eccesso sotto forma di fotone. A differenza della radiazione termica, che dipende solo dalla temperatura, la UPE può essere modulata anche dall'attività cellulare, dalle reazioni biochimiche e dalla presenza di certe sostanze: è questa natura dinamica a distinguerla.

Imaging Ultraweak Photon Emission from Living and Dead Mice and from Plants under Stress

Imaging Ultraweak Photon Emission from Living and Dead Mice and from Plants under Stress

Imaging Ultraweak Photon Emission from Living and Dead Mice and from Plants under Stress
Chiarito cos'è questa luce, veniamo al metodo, perché è lì che lo studio dimostra la sua serietà. Le riprese sono state fatte in due strutture diverse: i topi al National Research Council di Ottawa, con un sistema di imaging dotato di telecamera CCD, e le piante all'Università di Calgary, con una telecamera EMCCD. Entrambi i sensori raggiungono un'efficienza quantica superiore al 95 per cento nella luce visibile e sono stati raffreddati fino a meno 95 gradi per abbattere il rumore di fondo, chiusi dentro ambienti completamente bui per escludere qualsiasi luce esterna. Un dettaglio che dice molto sull'onestà del lavoro: gli autori precisano di non aver applicato alcun filtro di elaborazione alle immagini, limitandosi a ottimizzare la scala di colori per la visualizzazione.
I topi utilizzati erano di una linea priva di pelo, così da non schermare la luce. Sono stati prima fotografati da vivi, sotto anestesia, con una sessione di ripresa di 60 minuti preceduta da 30 minuti di adattamento al buio. Poi sono stati soppressi e, subito dopo, rifotografati con le identiche impostazioni, dopo altri 30 minuti al buio.
Ed ecco il controllo cruciale, quello che la versione virale racconta correttamente: secondo il paper, i corpi dei topi, sia da vivi sia da morti, erano alla stessa temperatura di 37 gradi, e anche il piano d'appoggio era mantenuto a 37 gradi. Questo dettaglio è decisivo, perché elimina la spiegazione più banale. Se il bagliore fosse stato semplice calore, non sarebbe cambiato mantenendo il corpo caldo. E invece è cambiato: i topi vivi (quattro esemplari) emettevano una quantità di luce significativamente maggiore, con una differenza statisticamente solida, mentre nei topi appena morti l'emissione risultava quasi del tutto spenta. Un particolare interessante notato dagli autori: i pochi deboli punti luminosi che restavano nei topi morti corrispondevano alle zone più luminose dei topi vivi, segno che non si trattava di rumore casuale, ma del progressivo cessare dei processi metabolici. La luce, insomma, dipende dall'essere vivi, non dall'essere caldi.

Imaging Ultraweak Photon Emission from Living and Dead Mice and from Plants under Stress
Lo studio non si ferma ai topi. Sulle piante (esemplari di Arabidopsis thaliana e foglie appena tagliate di Heptapleurum arboricola) mostra tre risultati. Primo, la temperatura: alzandola, l'emissione di luce aumenta, ma solo fino a circa 36 gradi, oltre i quali cala, probabilmente perché lo stress termico inizia a danneggiare le cellule. Secondo, la ferita: praticando un taglio sulla punta delle foglie, la zona lesionata si illumina di più e resta più luminosa lungo tutte le 16 ore di ripresa. Terzo, le sostanze chimiche: le foglie ferite sono state trattate con alcol (isopropanolo), perossido di idrogeno e benzocaina, un anestetico locale. L'emissione più forte in assoluto è stata prodotta proprio dalla benzocaina, superiore persino a quella del perossido di idrogeno, che è un noto amplificatore della UPE. Poiché la benzocaina era disciolta in alcol e l'alcol da solo faceva da controllo, gli autori concludono che l'effetto dipende dall'anestetico e non dal solvente, pur ammettendo di non conoscere ancora il meccanismo preciso, che ipotizzano legato sempre alle specie reattive dell'ossigeno.
Questo mostra in modo molto chiaro che l'emissione di fotoni è associata all'essere vivi
Perché tutto questo è importante, al di là della fotografia suggestiva? Il paper è esplicito: poiché questa luce riflette il metabolismo e lo stress ossidativo delle cellule, misurarla apre la strada a un modo non invasivo di valutare lo stato di un organismo. Gli autori indicano due direzioni concrete: monitorare la salute e la crescita delle piante senza toccarle, con possibili usi in agricoltura, e osservare l'attività biochimica e il metabolismo dei tessuti in campo biomedico, con un'ipotesi, citata nell'introduzione, di applicazione nella rilevazione precoce di patologie legate allo stress ossidativo, come alcuni tumori. È scienza applicata, concreta e verificabile.
E arriviamo al punto che rende questa newsletter, mi auguro, davvero precisa. Cosa questo studio non dice. Nel testo non compaiono le parole anima, spirito, energia vitale o coscienza. Non c'è nulla di soprannaturale. Il calo della luce alla morte non è il "distacco" di un'entità: è la conseguenza attesa del fatto, spiegato dagli stessi autori, che con la morte cambiano radicalmente i processi biochimici, a partire dalla produzione di specie reattive dell'ossigeno. Meno metabolismo, meno molecole eccitate, meno fotoni. È lo stesso motivo per cui un fuoco smette di brillare quando finisce di bruciare: non se ne va un'anima, si spegne una reazione. Il fatto che il corpo resti caldo non cambia nulla, perché quella luce, come mostra lo studio, non era fatta di calore fin dall'inizio. Le letture che parlano di energie trasferite in campi misteriosi non si trovano da nessuna parte nel paper: sono aggiunte esterne, non conclusioni della ricerca.
Resta, questo sì, un margine di mistero del tutto legittimo, e sono gli autori stessi a dichiararlo: dopo decenni di studi, l'origine precisa e il significato di questa emissione non sono ancora completamente compresi. Ma è il mistero giusto, quello di un fenomeno fisico reale che aspetta una spiegazione più completa, non quello di un'anima fotografata per errore. E forse è proprio questa la cosa più affascinante. Non serve immaginare una luce dell'aldilà per restare colpiti: il semplice fatto che ogni essere vivente, mentre è in vita, emetta davvero una luce reale ma invisibile, e che questa luce si affievolisca quando le sue cellule smettono di lavorare, è già una delle cose più concrete e sorprendenti che la fisica ci abbia mostrato di recente.
A presto,
Il Team di Quantyoum Letters 😊
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