Immaginate la scena, perché è successa davvero.
Una persona dorme in laboratorio, collegata a elettrodi che ne registrano l'attività cerebrale, i movimenti oculari e il tono muscolare. I tracciati dicono che è in sonno REM, la fase in cui si sogna in modo più vivido. È addormentata a tutti gli effetti.
Uno sperimentatore, nella stanza, pronuncia a voce alta una semplice sottrazione.
Pochi secondi dopo, gli occhi della persona addormentata si muovono da un lato all'altro. Il numero esatto di volte corrispondente alla risposta.
Poi si sveglia e racconta che, dentro il sogno, aveva sentito una voce arrivare da fuori.
In questa newsletter useremo soltanto il paper pubblicato, i numeri che riporta per intero e le dichiarazioni dirette dei suoi autori.
Il problema che ha sempre azzoppato lo studio dei sogni
Per capire perché questo esperimento conta bisogna partire da un guaio antico.
Tutto quello che sappiamo sui sogni ci arriva da racconti fatti dopo. Qualcuno si sveglia e riferisce. Ma il ricordo di un sogno è notoriamente il materiale più fragile che esista: si dissolve in pochi minuti, si riorganizza mentre lo raccontiamo, si contamina con quello che pensiamo debbano essere i sogni. Gli autori dello studio lo dicono senza giri di parole: affidarsi al resoconto di una persona è un procedimento «pieno di distorsioni e dettagli dimenticati».
È lo stesso problema di cui vi abbiamo parlato raccontando Richard Feynman. Da studente voleva capire come facessero le immagini oniriche a sembrare così reali a occhi chiusi, cercò risposte nella psicologia e scrisse di non averne mai trovate di soddisfacenti: c'era, annotava, «tutta questa faccenda dell'interpretazione dei sogni». Voleva un metodo e trovò un vocabolario.
La domanda che si sono posti questi ricercatori è la versione moderna di quella di Feynman: e se invece di aspettare il risveglio provassimo a chiedere mentre il sogno sta accadendo?
Come si bussa dall'esterno
Il problema pratico è che chi dorme non può rispondere. Durante il sonno REM il corpo è in atonia muscolare: i muscoli sono paralizzati, ed è un meccanismo protettivo che ci impedisce di agire fisicamente i sogni.
Ma l'atonia non è totale. Due cose restano libere: il diaframma, perché altrimenti smetteremmo di respirare, e i muscoli oculari. Gli occhi, sotto le palpebre chiuse, continuano a muoversi. È letteralmente da lì che viene il nome REM, rapid eye movement.

Durante il sonno REM tutto il corpo è paralizzato. Gli occhi no. È da quella feritoia che passa la risposta.
Quello è il canale rimasto aperto. E c'è una seconda condizione necessaria: il sogno lucido, cioè quella situazione in cui la persona che sogna si rende conto di stare sognando senza per questo svegliarsi. Serve perché qualcuno, là dentro, deve capire che la domanda arriva da fuori e decidere di rispondere.
Prima di addormentarsi, dunque, si concorda un codice. Poi si aspetta il REM, si verifica dai tracciati che ci sia, e si parla.
Quattro laboratori, quattro metodi diversi
Il paper è uscito su Current Biology il 18 febbraio 2021, prima autrice Karen Konkoly, autore senior Ken Paller della Northwestern University. Ma la cosa che lo rende inusuale è la struttura: non è un esperimento, sono quattro esperimenti indipendenti condotti in quattro paesi, con approcci diversi, pubblicati insieme.
Northwestern University, Stati Uniti → Domande poste a voce, fra cui semplici operazioni matematiche, con risposta codificata in movimenti oculari destra-sinistra.
Sorbona, Francia → Risposte date contraendo muscoli facciali specifici, rilevati elettromiograficamente.
Università di Osnabrück, Germania → Comunicazione basata su un codice di tipo Morse.
Radboud University Medical Center, Paesi Bassi → Domande a risposta binaria, sì o no.
Trentasei partecipanti in tutto. Alcuni erano sognatori lucidi esperti, altri avevano pochissima pratica. Uno aveva la narcolessia e sogni lucidi frequenti, ed è stato fra quelli che ci sono riusciti più facilmente.
Konkoly spiega esattamente perché hanno scelto di mettere tutto in un unico articolo: «abbiamo unito i risultati perché ritenevamo che la combinazione di dati provenienti da quattro laboratori diversi, con approcci diversi, attestasse nel modo più convincente la realtà di questo fenomeno».

Quattro laboratori, quattro protocolli che non si somigliano, un unico risultato. La convergenza fra metodi indipendenti vale più della ripetizione dello stesso metodo.
È la stessa logica che abbiamo incontrato altrove in questa newsletter: COGITATE che usa tre tecniche di neuroimmagine invece di una, i nodi profondi che coincidono con tre mappe di lesioni indipendenti, l'afantasia confermata sia dal sudore sia dalla pupilla. Quando un risultato è sorprendente, il modo di renderlo credibile non è ripeterlo più forte: è arrivarci da strade che non si parlano fra loro.
I numeri, per intero
E qui arriviamo alla parte che nella maggior parte dei racconti sparisce, e che secondo noi è la più istruttiva.
Complessivamente sono state poste 158 domande. Ecco come sono andate:
Risposte corrette → 18,6%
Risposte sbagliate → 3,2%
Risposte non interpretabili → 17,7%
Nessuna risposta → 60,8%

Ogni segno è una domanda. I contorni vuoti sono il silenzio, ed è la maggioranza. Ma fra i segni pieni, quelli luminosi sopravanzano di molto quelli barrati: è lì che sta il risultato.
Guardate la quarta riga. Nella grande maggioranza dei casi non è successo niente. Sei volte su dieci la domanda è caduta nel vuoto. Questo non è un esperimento che funziona a comando, ed è importante dirlo prima di qualunque altra cosa.
Ma adesso guardate le prime due righe insieme, perché lì c'è il risultato vero. Quando una risposta c'è stata ed era interpretabile, è stata corretta circa sei volte più spesso di quanto sia stata sbagliata. Se stessimo osservando movimenti oculari casuali, o coincidenze, non ci aspetteremmo questo squilibrio: ci aspetteremmo che giusto e sbagliato si equivalessero.
Il silenzio, in altre parole, non è un fallimento del risultato. È il costo di un canale difficile da aprire. Quello che conta è cosa succede quando si apre.
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Il nostro obiettivo sperimentale è simile a quello di trovare un modo per parlare con un astronauta che si trova su un altro mondo. Solo che in questo caso quel mondo è interamente fabbricato sulla base dei ricordi conservati nel cervello.
Gli autori dello studio
Cosa non dice questo studio
Non è lettura del pensiero. Nessuno ha visto il contenuto di un sogno. È stato aperto un canale a bassissima capacità, in cui passano un sì, un no, o un piccolo numero di segnali. Tutto il resto del sogno resta inaccessibile come prima.
Non funziona con chiunque. Il sogno lucido è raro, e i partecipanti erano persone selezionate proprio perché capaci di averlo. Il risultato dimostra che la comunicazione è possibile, non che sia generalizzabile.
Non dimostra che i racconti dei sogni siano accurati. Semmai fornisce, per la prima volta, uno strumento per verificarlo: poter fissare un evento durante il sogno permette di confrontarlo con quello che la persona riferirà al risveglio. È un metodo, non un verdetto.
Non sono numeri grandi. Centocinquantotto domande, trentasei partecipanti, ventinove risposte corrette concentrate in sei persone. È una dimostrazione di possibilità, non una misura di prevalenza.
E non dice che si possa fare a casa. Serve la polisonnografia per sapere quando la persona è davvero in REM. Senza quella verifica non si sta facendo un esperimento, si sta parlando a qualcuno che dorme.
Il punto
Se rileggete gli ultimi numeri di questa newsletter, c'è una figura che continua a tornare, e adesso ha una forma piuttosto precisa.
Nella lettera su Feynman: non chiedere a una persona come conta, guarda cosa le si rompe mentre conta. Nella coscienza nascosta: non chiedere al paziente se è presente, chiedigli di immaginare di giocare a tennis e guarda la risonanza. Nell'anestesia: non aspettare che il paziente se lo ricordi, lasciagli una mano libera e chiedigli di stringere. Nell'afantasia: non fidarti di quanto dice di vedere, guarda se la pupilla si restringe.
E adesso questa. Non aspettare che si svegli: parlagli mentre sogna, e guarda gli occhi.
Ogni volta la mossa è la stessa. C'è una mente in una condizione in cui non può riferire di sé, e invece di rassegnarsi al silenzio o di accontentarsi di un racconto postumo, qualcuno cerca l'unico varco rimasto aperto e ci passa attraverso. Un laccio attorno a un polso. Una pupilla. Un movimento oculare.
La metafora dell'astronauta, però, aggiunge qualcosa che le altre storie non avevano. Con un paziente non responsivo cerchiamo di raggiungere qualcuno che è nel nostro stesso mondo e non riesce a segnalarcelo. Qui no. Qui la persona è raggiungibile, sente la voce, capisce la domanda, fa il conto e risponde. Semplicemente, mentre lo fa, si trova in un luogo che non esiste, costruito interamente con i suoi ricordi.
E da lì, da dentro quel posto, riesce comunque a farci sapere quanto fa una sottrazione.
A presto,
Il Team di Quantyoum Letters 😊
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